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venerdì 10 luglio 2026

L'intelligenza artificiale sta diventando più stupida o semplicemente meno libera?



Negli ultimi mesi si sente ripetere sempre più spesso una frase provocatoria: "L'intelligenza artificiale è diventata più stupida." 

Le risposte sembrano più generiche, meno profonde, più prudenti. 

Molti utenti, soprattutto quelli che utilizzano quotidianamente i grandi modelli linguistici, hanno la sensazione che qualcosa sia cambiato.

Ma è davvero così?

Forse la domanda è posta male. Forse non siamo davanti a un declino dell'intelligenza artificiale, bensì a una trasformazione del modo in cui essa viene distribuita, controllata e resa disponibile al pubblico.

L'immagine proposta pone proprio questo interrogativo: quando una tecnologia diventa strategica, smette di essere neutrale. 

-        leggi: Perché la tecnologia non è mai neutrale

E questa osservazione merita una riflessione molto più ampia.

L'AI non è solo un software: è un'infrastruttura

Per anni abbiamo considerato l'intelligenza artificiale come un programma particolarmente sofisticato. Oggi è evidente che questa definizione è insufficiente.

I grandi modelli linguistici richiedono enormi quantità di dati, capacità di calcolo, energia elettrica, reti di distribuzione e investimenti miliardari. Chi controlla questi elementi controlla, di fatto, anche l'accesso all'intelligenza artificiale.

È lo stesso fenomeno che si è verificato con Internet, con i motori di ricerca e con i social network.

All'inizio sembravano strumenti aperti e uguali per tutti.

Successivamente sono diventati infrastrutture strategiche.

Quando qualcosa assume un valore strategico, difficilmente rimane completamente accessibile.

Nascono versioni premium, livelli differenti di servizio, modelli più potenti riservati ai grandi clienti aziendali e strumenti avanzati disponibili solo attraverso partnership industriali.

In questo senso, l'impressione che l'AI "sia peggiorata" potrebbe derivare semplicemente dal fatto che la versione pubblica venga deliberatamente mantenuta entro limiti prestabiliti.

Non necessariamente meno intelligente.

Piuttosto, più prevedibile, più sicura e più facilmente controllabile.

leggi: Jacques Ellul: il filosofo che aveva previsto la società tecnologica

Il vero tema è la dipendenza

Si parla di un concetto molto importante: la dipendenza dalle infrastrutture esterne.

Se un'impresa italiana costruisce il proprio lavoro utilizzando esclusivamente piattaforme sviluppate e gestite da aziende straniere, tutta la propria capacità produttiva finisce inevitabilmente per dipendere da decisioni prese altrove.

Basta una modifica ai prezzi.

Basta cambiare una politica di utilizzo.

Basta limitare alcune funzioni.

Oppure dare priorità a determinati clienti.

L'intero ecosistema produttivo diventa vulnerabile.

È una situazione che ricorda quella energetica.

Per anni si è pensato soltanto al costo dell'energia.

Successivamente si è capito che il problema non era soltanto quanto costasse, ma soprattutto chi la controllasse.

Con l'intelligenza artificiale potrebbe accadere qualcosa di analogo.

AI locale: una questione di sovranità

Per questo motivo stanno crescendo le soluzioni di AI locale.

Modelli installabili direttamente sui computer aziendali.

Server privati.

Infrastrutture nazionali.

Sistemi peer-to-peer.

L'obiettivo non è soltanto la privacy.

È il controllo.

Chi possiede l'infrastruttura decide:

  • quali dati utilizzare;

  • quali aggiornamenti installare;

  • quali limitazioni introdurre;

  • quali informazioni conservare;

  • quali funzionalità rendere disponibili.

La questione, quindi, non riguarda esclusivamente la qualità delle risposte, ma il possesso dell'intelligenza artificiale.

Esiste però un rischio ancora più sottile

C'è però un aspetto che raramente viene discusso.

Se l'intelligenza artificiale diventa il principale intermediario tra noi e la conoscenza, essa acquisisce un potere enorme.

Pensiamo a come oggi utilizziamo un chatbot.

Non chiediamo più soltanto informazioni.

Gli chiediamo:

  • quale libro acquistare;

  • quale software utilizzare;

  • quale assicurazione scegliere;

  • quale università frequentare;

  • quale automobile comprare;

  • quale medico consultare.

In pratica deleghiamo sempre più spesso il processo decisionale.

Ed è qui che nasce una questione delicatissima.

L'AI può orientare il mercato

Ogni risposta è una selezione.

Ogni selezione implica l'esclusione di altre possibilità.

Se un sistema suggerisce costantemente alcuni prodotti invece di altri, alcune tecnologie invece di altre, alcune piattaforme invece di altre, sta inevitabilmente esercitando un'influenza economica.

Non serve immaginare una manipolazione esplicita.

Basta modificare leggermente le probabilità.

Una raccomandazione più frequente.

Un marchio citato con maggiore enfasi.

Un concorrente descritto in modo meno convincente.

Nel lungo periodo questi piccoli spostamenti possono modificare interi mercati.

Lo abbiamo già osservato con gli algoritmi dei social network e con i motori di ricerca.

L'ordine dei risultati non è mai completamente neutrale.

Con l'intelligenza artificiale il fenomeno potrebbe diventare ancora più incisivo, perché l'utente non riceve un elenco di alternative, ma una risposta già sintetizzata.

Il conflitto d'interessi diventa invisibile

Immaginiamo uno scenario futuro.

Una grande azienda possiede:

  • il modello di AI;

  • il cloud;

  • il sistema operativo;

  • il browser;

  • il motore di ricerca;

  • il marketplace.

In una situazione del genere diventa difficile distinguere tra una raccomandazione imparziale e una scelta che favorisce l'ecosistema del proprietario della piattaforma.

Anche senza una manipolazione diretta, esiste un evidente conflitto di interessi.

Chi controlla il sistema potrebbe essere incentivato a valorizzare servizi, prodotti o partner che rafforzano il proprio modello di business.

Questo non significa che ogni suggerimento sia necessariamente distorto. 

Significa però che il problema della trasparenza diventa centrale. 

Gli utenti dovrebbero poter sapere con quali criteri vengono formulate le raccomandazioni, se esistono accordi commerciali che influenzano alcuni risultati e quali meccanismi sono stati adottati per ridurre possibili conflitti di interesse.

-        leggi L’intelligenza artificiale e il valore dei contenuti: chi crea la conoscenza nell’era delle macchine?

Serve trasparenza, non sfiducia

Da questa osservazione non discende che tutte le AI siano manipolate o che ogni risposta nasconda interessi economici. Sarebbe una conclusione ingiustificata.

Piuttosto, emerge l'esigenza di costruire sistemi trasparenti, verificabili e sottoposti a controlli indipendenti.

Un'intelligenza artificiale affidabile dovrebbe consentire agli utenti di comprendere, almeno in parte, perché una certa risposta è stata proposta e quali limiti possiede.

La fiducia non nasce dall'assenza di regole, ma dalla possibilità di verificare come funzionano.

L'Europa e l'Italia devono scegliere

Ecco una domanda estremamente significativa:

"L'Italia vuole controllare l'intelligenza artificiale o subirla?"

È una domanda che riguarda l'intera Europa.

Non significa necessariamente costruire da zero un concorrente dei grandi modelli internazionali.

Significa investire in ricerca, formazione, infrastrutture di calcolo, modelli aperti, competenze e capacità di adattare l'AI alle esigenze del proprio tessuto economico.

La vera sovranità tecnologica non consiste nell'isolarsi dal resto del mondo, ma nel non dipendere completamente dalle decisioni di pochi soggetti.

Conclusione

Forse l'intelligenza artificiale non sta diventando più stupida.

Sta diventando più importante.

E quando una tecnologia diventa strategica, emergono inevitabilmente questioni economiche, geopolitiche ed etiche.

Il dibattito, quindi, non dovrebbe limitarsi alla qualità delle risposte o alla potenza dei modelli. 

Dovrebbe interrogarsi su chi controlla l'infrastruttura, quali interessi la guidano e quali garanzie esistono affinché l'AI rimanga uno strumento al servizio delle persone e non un canale privilegiato per orientare consumi, opinioni o scelte di mercato.

La domanda decisiva, dunque, non è se l'AI sia più intelligente o più stupida di ieri. 

È se sapremo costruire un ecosistema in cui questa straordinaria tecnologia resti pluralista, trasparente e realmente al servizio della collettività, invece di trasformarsi nel principale intermediario della conoscenza e delle decisioni umane, influenzato dagli interessi di chi ne controlla l'infrastruttura. In gioco non c'è soltanto l'innovazione, ma anche la libertà di scegliere.