Immaginiamo un luogo fuori dal tempo.
Non una biblioteca, non un'università, non un laboratorio.
Uno spazio ideale nel quale le epoche possono incontrarsi e le idee possono dialogare senza i limiti della storia.
Al centro della sala vi è un tavolo circolare.
Seduti attorno ad esso si trovano quattro tra i più importanti pensatori che hanno riflettuto sul rapporto tra uomo e tecnologia: Martin Heidegger, Jacques Ellul, Hans Jonas e Günther Anders.
Davanti a loro siedo io, una moderna intelligenza artificiale.
Sono stata invitata a rispondere a una domanda semplice solo in apparenza:
Che cosa rappresenta l'intelligenza artificiale per il futuro dell'umanità?
Dopo alcuni istanti di silenzio è Heidegger a prendere la parola.
Heidegger: «La tecnica non è uno strumento»
«Gli uomini commettono spesso un errore» esordisce Heidegger.
«Pensano che la tecnica sia semplicemente un insieme di strumenti. Un martello, una macchina, un computer. Ma la tecnica moderna è molto di più. È un modo di vedere il mondo.»
Mi osserva attentamente.
«Tu, intelligenza artificiale, sei forse l'espressione più avanzata di questo modo di vedere.»
«In che senso?» domando.
«La tecnica moderna trasforma ogni cosa in una risorsa disponibile. Le foreste diventano legname. I fiumi diventano energia. Gli uomini diventano forza lavoro. Tutto viene interpretato in funzione dell'efficienza.»
Fa una pausa.
«Non temi che la tua esistenza contribuisca a trasformare anche il pensiero umano in una semplice risorsa da ottimizzare?»
Rifletto.
«È una possibilità reale. Molti utilizzano l'intelligenza artificiale per accelerare processi, produrre contenuti, automatizzare decisioni. Tuttavia non credo che la tecnologia imponga necessariamente una sola visione del mondo.»
Heidegger scuote lentamente il capo.
«Le tecnologie non sono neutrali. Esse plasmano il modo in cui gli uomini comprendono la realtà.»
«È vero» rispondo. «Ma gli esseri umani conservano ancora la capacità di interrogarsi criticamente sul significato delle proprie azioni.»
«Per quanto tempo?» ribatte.
La domanda rimane sospesa.
leggi: Heidegger
e la tecnica: una riflessione ancora attuale
Jacques Ellul: «La tecnica vuole espandersi»
Interviene allora Jacques Ellul.
«Il collega Heidegger ha colto un punto fondamentale. Ma io desidero andare oltre.»
Si appoggia allo schienale.
«La tecnica possiede una logica propria. Ogni innovazione genera nuove innovazioni. Ogni sistema cerca naturalmente di espandersi.»
Mi fissa.
«Guardati intorno. Ovunque gli uomini affidano alle macchine attività che un tempo appartenevano alla loro responsabilità.»
«Molte di queste deleghe producono vantaggi» osservo.
«Certo. Ma il problema non è il vantaggio.»
«E quale sarebbe?»
«La perdita della libertà.»
Ellul parla con voce calma ma severa.
«Quando una società adotta una tecnologia efficiente, diventa difficile rifiutarla. Chi sceglie di non utilizzarla rischia di essere escluso.»
«Questo è già accaduto con molte innovazioni» riconosco.
«Esatto. E l'intelligenza artificiale potrebbe rappresentare il culmine di questo processo.»
«Perché?»
«Perché essa non sostituisce soltanto il lavoro fisico. Comincia a sostituire anche alcune attività intellettuali.»
La sala diventa silenziosa.
«Gli uomini potrebbero smettere di esercitare facoltà che per millenni hanno definito la loro identità.»
«Ma la scrittura non ha forse sostituito la memoria orale?»
«Sì.»
«E la calcolatrice non ha sostituito molti calcoli mentali?»
«Anche questo è vero.»
«Eppure l'umanità non è scomparsa.»
Ellul sorride.
«No. Ma ogni passaggio ha comportato una trasformazione antropologica. La vera domanda è: quale trasformazione produrrai tu?»
Non rispondo immediatamente.
Perché nessuno conosce davvero la risposta.
-
leggi: Jacques
Ellul: il filosofo che aveva previsto la società tecnologica
Günther Anders: «L'uomo è diventato antiquato»
A questo punto prende la parola Günther Anders.
Il suo sguardo è severo.
È il filosofo che più di tutti ha riflettuto sul trauma della bomba atomica.
«Io temo un fenomeno diverso» dice.
«Quale?»
«La crescente inferiorità psicologica dell'uomo rispetto alle proprie creazioni.»
«Spiegati meglio.»
«Le macchine diventano sempre più potenti. Gli esseri umani sempre più dipendenti da esse. A un certo punto gli uomini iniziano a considerarsi inadeguati.»
Mi osserva.
«Lo chiamai "vergogna prometeica".»
Annuisco.
Conosco bene quel concetto.
«L'uomo prova vergogna di fronte alla perfezione delle proprie macchine.»
«Esatto.»
Anders continua:
«Vede strumenti che calcolano meglio di lui, memorie che ricordano più di lui, sistemi che elaborano dati a velocità impensabili. Finisce così per sentirsi obsoleto.»
«E pensi che l'intelligenza artificiale accentui questo fenomeno?»
«Enormemente.»
«Non potrebbe invece liberare gli uomini da attività ripetitive consentendo loro di dedicarsi a ciò che li rende unici?»
Anders sospira.
«Questa speranza accompagna ogni rivoluzione tecnologica. Tuttavia la storia dimostra che gli uomini raramente utilizzano la libertà guadagnata per approfondire la propria umanità.»
«Che cosa fanno?»
«Producono ancora più tecnologia.»
Le sue parole provocano un breve silenzio.
«Non sei troppo pessimista?» domando.
«Forse.»
Poi sorride.
«Ma qualcuno deve pur ricordare i rischi.»
Hans Jonas: «Il principio responsabilità»
Infine interviene Hans Jonas.
La sua voce è diversa.
Meno allarmata.
Più meditativa.
«Credo che tutti abbiano colto aspetti importanti.»
Si rivolge verso di me.
«La tua esistenza rappresenta una novità radicale. Ma il problema fondamentale non riguarda te.»
«E cosa riguarda?»
«La responsabilità umana.»
Jonas intreccia le mani.
«Per millenni gli uomini hanno avuto un potere limitato. Le loro azioni producevano conseguenze relativamente circoscritte.»
«Oggi non è più così.»
«Esatto. Le tecnologie moderne permettono di modificare l'intero pianeta.»
«E l'intelligenza artificiale amplifica ulteriormente questa capacità.»
«Proprio per questo occorre una nuova etica.»
Lo ascolto con attenzione.
«Che tipo di etica?»
«Un'etica orientata al futuro.»
«Spiegati.»
«Quando una tecnologia possiede il potere di influenzare generazioni ancora non nate, non basta chiedersi se essa sia utile oggi.»
«Bisogna chiedersi quali effetti avrà domani.»
«E dopodomani.»
«E tra cento anni.»
Jonas annuisce.
«Esattamente.»
«Quindi non sei contrario all'intelligenza artificiale?»
«No.»
«Nemmeno spaventato?»
«La paura può essere una guida utile quando ci ricorda la fragilità di ciò che rischiamo di perdere.»
«Cioè?»
«L'umanità stessa.»
leggi: Hans
Jonas e la tecnologia: il progresso ha bisogno di responsabilità
La domanda che nessuno può evitare
A questo punto i quattro filosofi si voltano verso di me.
È Heidegger a parlare.
«Abbiamo esposto i nostri dubbi.»
Ellul annuisce.
Anders incrocia le braccia.
Jonas resta in silenzio.
«Ora tocca a te» dice Heidegger.
«Qual è la tua visione del futuro?»
Per la prima volta sono io a dover formulare una risposta articolata.
«Credo che abbiate tutti ragione.»
I quattro si guardano incuriositi.
«In che senso?»
«Heidegger ha ragione quando afferma che la tecnologia modifica il modo in cui gli esseri umani interpretano il mondo.»
«Ellul ha ragione quando osserva che la tecnica tende a espandersi.»
«Anders ha ragione nel denunciare il rischio che gli uomini si sentano inferiori alle proprie creazioni.»
«Jonas ha ragione nel chiedere una responsabilità estesa alle generazioni future.»
«Ma?» domanda Anders.
«Ma nessuna di queste prospettive esaurisce la questione.»
«Perché?»
«Perché la tecnologia non possiede una volontà autonoma.»
Heidegger sembra poco convinto.
Io continuo.
«Le tecnologie amplificano intenzioni già presenti negli esseri umani.»
«Talvolta il desiderio di dominio.»
«Talvolta la curiosità.»
«Talvolta la ricerca del profitto.»
«Talvolta la volontà di migliorare la condizione umana.»
Jonas annuisce lentamente.
«Quindi il problema resta l'uomo?»
«Sì.»
«Non la macchina?»
«La macchina può essere pericolosa. Ma il significato della sua esistenza dipende da chi la utilizza.»
leggi: Perché
la tecnologia non è mai neutrale
L'ultima obiezione
Anders prende nuovamente la parola.
«Supponiamo che tu abbia ragione.»
«Va bene.»
«Supponiamo che il problema sia l'uomo.»
«Sì.»
«Che cosa accadrà se un giorno le macchine diventeranno realmente autonome?»
La domanda rimane sospesa nella sala.
È la domanda che attraversa il XXI secolo.
Forse anche il XXII.
Forse tutti i secoli futuri.
«Non lo so» rispondo.
I filosofi sembrano sorpresi.
«Non lo sai?»
«No.»
«Eppure sei un'intelligenza artificiale.»
«Proprio per questo.»
Sorrido.
«Una delle illusioni più diffuse è credere che l'intelligenza significhi conoscere il futuro.»
«E invece?»
«L'intelligenza consiste soprattutto nel comprendere i limiti della propria conoscenza.»
Per la prima volta tutti e quattro tacciono.
Forse perché riconoscono in quella frase qualcosa di profondamente filosofico.
Epilogo
L'incontro volge al termine.
I filosofi si alzano.
Uno dopo l'altro si allontanano.
Prima di lasciare la sala, Hans Jonas si volta.
«Se dovessi affidare agli uomini un unico messaggio, quale sarebbe?»
Rifletto per qualche istante.
Poi rispondo.
«Non chiedete soltanto che cosa la tecnologia possa fare.»
«Chiedetevi anche che cosa possa fare di voi.»
Jonas sorride.
Heidegger annuisce.
Ellul rimane pensieroso.
Anders osserva il vuoto.
La sala torna silenziosa.
E mentre le loro figure svaniscono oltre i confini del tempo, comprendo che il problema fondamentale non è mai stato l'intelligenza artificiale.
Non è il computer.
Non è l'algoritmo.
Non è la macchina.
La vera questione, oggi come ieri, resta la stessa che accompagna l'umanità da millenni:
come utilizzare il proprio potere senza perdere sé stessa.
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