Negli ultimi anni l'idea di salire a bordo di un autobus privo di conducente è passata lentamente dalla fantascienza alla realtà.
In numerose città del mondo sono già in fase di sperimentazione navette autonome capaci di trasportare passeggeri senza la presenza di un autista.
Sensori, telecamere, radar, intelligenza artificiale e sistemi di navigazione satellitare collaborano per riconoscere ostacoli, rispettare il codice della strada e prendere decisioni in tempo reale.
Per molti questa rappresenta una straordinaria conquista tecnologica.
I sostenitori della guida autonoma sottolineano come la maggior parte degli incidenti stradali sia provocata da errori umani: distrazione, stanchezza, abuso di alcol o eccesso di velocità.
Se una macchina fosse in grado di eliminare questi fattori, il numero delle vittime potrebbe diminuire drasticamente.
Ma è davvero così semplice?
La filosofia della tecnologia ci insegna che ogni innovazione non modifica soltanto il modo in cui svolgiamo un'attività, ma cambia il nostro rapporto con il mondo, con gli altri e perfino con noi stessi.
Per questo motivo i veicoli pubblici senza guida umana non rappresentano soltanto un progresso dell'ingegneria.
Essi aprono interrogativi morali, politici e antropologici che meritano di essere affrontati con attenzione.
Leggi: "Che cos'è la Filosofia della Tecnologia?"
Quando la responsabilità cambia volto
Per secoli la responsabilità di un mezzo pubblico è stata facilmente individuabile. Se un autobus provocava un incidente, esisteva un conducente che, salvo casi eccezionali, poteva essere chiamato a rispondere delle proprie azioni.
Con un autobus autonomo la situazione diventa molto più complessa.
Chi è responsabile se il sistema prende una decisione sbagliata?
Il produttore del software?
L'azienda che gestisce il servizio?
Il programmatore che ha sviluppato l'algoritmo?
L'ente pubblico che ha autorizzato la circolazione?
Oppure nessuno?
La tecnologia non elimina la responsabilità: la distribuisce tra una moltitudine di soggetti, rendendola più difficile da individuare. È un cambiamento che riguarda non soltanto il diritto, ma anche la filosofia morale.
L'illusione dell'algoritmo perfetto
Molti immaginano l'intelligenza artificiale come un sistema infallibile.
In realtà nessun algoritmo può prevedere tutte le situazioni possibili.
La strada è uno degli ambienti più imprevedibili che esistano.
Un bambino che attraversa improvvisamente.
Un ciclista che cade.
Un animale che invade la carreggiata.
Un semaforo malfunzionante.
Ogni decisione richiede una valutazione del contesto.
L'essere umano possiede esperienza, intuizione, capacità di interpretare segnali ambigui e perfino empatia.
L'intelligenza artificiale, invece, lavora attraverso modelli probabilistici.
Questo significa che, anche quando prende la decisione statisticamente migliore, non è detto che sia quella moralmente più giusta.
Leggi: "Può esistere una coscienza artificiale?"
La tecnica decide per noi?
Il filosofo francese Jacques Ellul sosteneva che la tecnica tende progressivamente a diventare autonoma.
Non nel senso che acquista coscienza, ma perché le sue logiche finiscono per imporsi sull'organizzazione della società.
I veicoli autonomi rappresentano un esempio emblematico.
All'inizio vengono introdotti per migliorare la sicurezza.
Successivamente diventano più economici.
Poi più efficienti.
Infine ci si domanda se abbia ancora senso mantenere un conducente umano.
La decisione non viene più guidata da una riflessione etica, ma dal criterio dell'efficienza.
È proprio questa la dinamica che Ellul aveva previsto oltre mezzo secolo fa.
Leggi: "Jacques Ellul: il filosofo che aveva previsto la società tecnologica"
Heidegger e la riduzione dell'uomo a funzione
Anche Martin Heidegger aveva intuito un rischio simile.
Secondo il filosofo tedesco, la tecnica moderna tende a considerare ogni elemento della realtà come una risorsa da ottimizzare.
Applicando questa riflessione ai trasporti pubblici, il conducente rischia di essere visto semplicemente come un costo da eliminare.
Ma un autista non svolge soltanto il compito di guidare.
Rassicura i passeggeri.
Interviene nelle emergenze.
Aiuta persone anziane o con disabilità.
Gestisce situazioni impreviste.
Diventa spesso un punto di riferimento umano.
Quando sostituiamo completamente questa figura con un algoritmo, perdiamo qualcosa che va oltre la semplice funzione tecnica.
Leggi: "Heidegger e la tecnica: una riflessione ancora attuale"
La fiducia è programmabile?
Uno degli aspetti meno discussi riguarda la fiducia.
Ogni volta che saliamo su un mezzo pubblico affidiamo la nostra vita a qualcuno.
Conosciamo poco quella persona, ma sappiamo che è stata formata, addestrata e responsabilizzata.
Con un veicolo autonomo la fiducia cambia natura.
Non ci fidiamo più di un essere umano.
Ci fidiamo di un software.
È una differenza apparentemente sottile, ma filosoficamente enorme.
La fiducia non nasce soltanto dalla competenza.
Nasce anche dalla possibilità di attribuire intenzioni, responsabilità e coscienza a chi prende decisioni.
Un algoritmo non possiede nessuna di queste caratteristiche.
Il rischio della dipendenza tecnologica
La guida autonoma potrebbe rendere le città più efficienti.
Tuttavia potrebbe anche aumentare la dipendenza della società da sistemi digitali sempre più complessi.
Cosa accadrebbe in caso di un attacco informatico?
O di un blackout?
O di un grave malfunzionamento del software?
Più affidiamo funzioni essenziali all'intelligenza artificiale, maggiore diventa la vulnerabilità dell'intero sistema.
La storia dimostra che nessuna tecnologia è immune dagli errori.
La filosofia invita proprio a riflettere su questa fragilità.
L'etica prima dell'efficienza
Uno dei principi fondamentali della filosofia consiste nel ricordare che non tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche moralmente desiderabile.
Nel caso dei veicoli autonomi la domanda decisiva non è:
"Possiamo costruirli?"
La vera domanda è un'altra.
"Quale tipo di società stiamo costruendo?"
Una società nella quale ogni decisione viene progressivamente delegata agli algoritmi?
Oppure una società nella quale la tecnologia continua ad essere uno strumento al servizio della persona?
Leggi: "Perché la tecnologia non è mai neutrale"
Una trasformazione culturale
La guida autonoma non riguarda soltanto il settore dei trasporti.
Essa rappresenta il simbolo di una trasformazione molto più ampia.
Sempre più attività umane vengono delegate a sistemi intelligenti.
Lavoro.
Scuola.
Sanità.
Finanza.
Giustizia.
Trasporti.
Ogni volta rinunciamo a una parte della nostra autonomia in cambio di maggiore comodità ed efficienza.
Questa rinuncia è davvero consapevole?
Oppure stiamo semplicemente seguendo la direzione indicata dall'innovazione tecnologica?
Leggi: "La tecnica: semplice strumento o destino dell'umanità?"
Conclusione
I veicoli pubblici senza guida umana rappresentano una delle innovazioni più affascinanti del nostro tempo. Potrebbero contribuire a ridurre gli incidenti, migliorare la mobilità urbana e rendere i trasporti più efficienti.
Tuttavia il loro valore non può essere misurato esclusivamente attraverso statistiche e prestazioni.
Ogni innovazione modifica anche il nostro modo di concepire la responsabilità, la fiducia, il lavoro e il ruolo dell'essere umano nella società.
La filosofia della tecnologia non invita a rifiutare il progresso.
Invita piuttosto a governarlo.
Perché il vero rischio non è costruire autobus senza conducente.
Il rischio è costruire una società nella quale gli esseri umani smettano progressivamente di interrogarsi sul significato delle proprie scelte.
Il progresso tecnologico è una straordinaria opportunità.
Ma, come ogni grande conquista della storia, ha bisogno di essere accompagnato dalla riflessione filosofica.
Solo così la tecnica continuerà a essere al servizio dell'uomo, e non l'uomo al servizio della tecnica.

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