Se Günther Anders fosse vivo oggi, probabilmente guarderebbe all’intelligenza artificiale non con entusiasmo, ma con una preoccupazione lucida e profonda.
Non perché fosse un nemico della tecnica in quanto tale, bensì perché dedicò gran parte della sua riflessione filosofica a comprendere un fenomeno che considerava decisivo per il destino dell’uomo moderno: il crescente divario tra ciò che siamo capaci di produrre e ciò che siamo capaci di comprendere.
Anders chiamava questa condizione “dislivello prometeico”.
L’essere umano, come il Prometeo del mito, possiede la straordinaria capacità di creare strumenti sempre più potenti; tuttavia, non riesce a sviluppare con la stessa rapidità la coscienza delle conseguenze delle proprie creazioni.
La tecnica cresce più velocemente della nostra immaginazione morale.
L’intelligenza artificiale rappresenterebbe, agli occhi di Anders, una manifestazione esemplare di questo dislivello.
Da un lato, abbiamo costruito sistemi capaci di elaborare enormi quantità di informazioni, scrivere testi, generare immagini, diagnosticare malattie, tradurre lingue e assistere decisioni complesse.
Dall’altro lato, fatichiamo ancora a comprendere pienamente come tali sistemi influenzino la cultura, la politica, l’economia e persino la nostra idea di umanità.
Anders potrebbe osservare che la domanda più importante non è se le macchine diventeranno intelligenti, ma se gli uomini continueranno a essere all’altezza delle macchine che hanno creato.
Secondo il filosofo, la modernità è caratterizzata da un fenomeno che egli definiva “vergogna prometeica”.
L’uomo prova una sorta di disagio nei confronti dei propri prodotti tecnici.
Le macchine appaiono più efficienti, più precise, più affidabili degli esseri umani.
L’individuo finisce così per considerarsi imperfetto rispetto agli oggetti che lui stesso ha costruito.
Nel mondo dell’intelligenza artificiale questa dinamica sembra particolarmente evidente.
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Quando un algoritmo scrive un testo in pochi secondi, quando un sistema riconosce immagini con precisione superiore a quella umana o quando una rete neurale analizza milioni di dati in tempi impossibili per una persona, emerge una tentazione sottile: misurare il valore dell’uomo secondo gli standard della macchina.
Anders metterebbe in guardia contro questo rischio.
L’essere umano non è un errore da correggere né una macchina inefficiente da ottimizzare.
La sua fragilità, la sua lentezza, la sua capacità di dubitare e persino di sbagliare fanno parte della sua condizione. Se iniziamo a valutare l’uomo esclusivamente in termini di prestazione, allora la tecnica non sarà più uno strumento al servizio dell’umanità, ma diventerà il modello a cui l’umanità dovrà conformarsi.
Un altro aspetto che attirerebbe l’attenzione di Anders riguarda il rapporto tra produzione e responsabilità.
Nelle società tecnologiche, sosteneva il filosofo, le conseguenze delle azioni vengono spesso frammentate.
Chi progetta una tecnologia non coincide con chi la utilizza; chi la utilizza non coincide con chi ne subisce gli effetti; chi ne subisce gli effetti spesso non sa nemmeno da dove essi provengano.
L’intelligenza artificiale amplifica questa situazione.
Un algoritmo può influenzare l’accesso al credito, la selezione del personale, la diffusione delle informazioni o la sorveglianza di intere popolazioni.
Tuttavia, individuare i responsabili delle sue decisioni diventa sempre più difficile.
La responsabilità si disperde tra programmatori, aziende, investitori, utenti e sistemi automatizzati.
Anders vedrebbe in questa dispersione un grave pericolo etico.
Quanto più aumenta il potere della tecnologia, tanto più dovrebbe aumentare la responsabilità umana. Eppure accade spesso il contrario: la complessità tecnica diventa un alibi per sottrarsi alle proprie responsabilità.
“È stato l’algoritmo” rischia di diventare l’equivalente contemporaneo di una giustificazione morale.
Ma Anders non l’accetterebbe.
Per lui ogni dispositivo tecnico resta, in ultima analisi, un prodotto umano. Dietro ogni macchina vi sono decisioni, interessi, valori e scelte. Attribuire la responsabilità alla tecnologia significa occultare la responsabilità degli uomini.
Vi è poi una questione ancora più profonda.
Anders sosteneva che la tecnica moderna tende a trasformare il mondo in qualcosa di disponibile, calcolabile e manipolabile.
L’intelligenza artificiale sembra portare questa tendenza a un livello senza precedenti.
Ogni gesto, ogni preferenza, ogni comportamento può essere registrato, analizzato e trasformato in dato.
La realtà stessa rischia di apparire come un immenso archivio di informazioni.
Di fronte a questa prospettiva, Anders potrebbe domandare: che cosa accade a tutto ciò che non può essere ridotto a dato?
Che cosa accade alla sofferenza, alla compassione, alla memoria, all’amore, alla speranza?
Le macchine possono simulare il linguaggio delle emozioni, ma non vivono emozioni.
Possono descrivere il dolore, ma non soffrono. Possono produrre racconti sull’amicizia, ma non conoscono l’esperienza dell’amicizia.
Per Anders questa differenza non sarebbe secondaria.
La vera minaccia non consiste nel fatto che le macchine diventino umane, ma nel fatto che gli uomini inizino a pensare a se stessi come macchine.
In questo scenario, l’intelligenza artificiale non rappresenta soltanto una tecnologia. Essa diventa uno specchio filosofico. Attraverso di essa siamo costretti a chiederci che cosa significhi essere umani.
Se la creatività può essere imitata, che cos’è la creatività?
Se il linguaggio può essere generato automaticamente, che cos’è il pensiero?
Se alcune decisioni possono essere delegate agli algoritmi, che cos’è la responsabilità?
Anders non avrebbe probabilmente fornito risposte definitive. Tuttavia avrebbe insistito sulla necessità di mantenere viva la capacità critica.
La tecnica non è un destino inevitabile. Non è una forza naturale che si impone agli uomini dall’esterno. Essa è il risultato di scelte storiche e culturali. Per questo motivo può essere orientata, regolata e discussa.
La vera sfida dell’intelligenza artificiale, secondo una prospettiva andersiana, non consiste nel costruire sistemi sempre più potenti, ma nel costruire una società capace di comprenderli e governarli.
La questione decisiva non è dunque tecnologica, ma antropologica.
Che tipo di umanità vogliamo diventare?
Un’umanità che delega alle macchine ogni compito possibile, fino a perdere il senso delle proprie capacità?
Oppure un’umanità che utilizza la tecnica come strumento, senza rinunciare alla propria autonomia morale?
Forse Anders concluderebbe ricordandoci che il pericolo più grande non è l’intelligenza artificiale in sé.
Il pericolo è l’assenza di riflessione critica. È l’abitudine.
Solitudine
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È l’accettazione passiva di innovazioni che trasformano la nostra vita senza che ci fermiamo a interrogarne il significato.
L’intelligenza artificiale, come ogni grande tecnologia, ci offre possibilità straordinarie.
Ma ci pone anche davanti a una responsabilità senza precedenti.
Non dobbiamo chiederci soltanto che cosa le macchine possano fare. Dobbiamo chiederci che cosa le loro capacità stanno facendo a noi.
È questa, probabilmente, la domanda che Günther Anders continuerebbe a rivolgerci ancora oggi.
*Un libro da leggere "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 5 di Fabio Squeo
"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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