✦ Chiave di lettura
La teoria dell'azione situata di Lucy Suchman dimostra che l'agire umano non segue schemi rigidi, ma si adatta dinamicamente alle contingenze del contesto reale e materiale.
L'idea di azione situata, concepita dall'antropologa e sociologa statunitense Lucy Suchman verso la metà degli anni Ottanta, rappresenta un punto di svolta fondamentale per la comprensione del modo in cui gli esseri umani interagiscono tra loro, con l'ambiente circostante e con la tecnologia.
Il concetto nasce all'interno dei laboratori della Xerox ad Palo Alto, dove Suchman si trovò a studiare la frustrazione degli utenti di fronte alle fotocopiatrici più avanzate dell'epoca.
Macchine sofisticate, progettate da ingegneri brillanti, venivano percepite dalle persone come ardue e incomprensibili.
Attraverso un'analisi attenta dei comportamenti reali, Suchman mise in luce un malinteso di fondo che caratterizzava non solo il design industriale, ma l'intera scienza cognitiva dell'epoca: l'assunto che l'azione umana sia la semplice esecuzione di un piano astratto precostituito.
La teoria tradizionale vedeva l'essere umano come un solutore di problemi che opera proprio come un computer. Secondo questa prospettiva, di fronte a un obiettivo, una persona formula prima un piano sequenziale dettagliato nella propria mente e poi lo applica passo dopo passo nel mondo fisico.
Se il piano fallisce, si presume che sia stato formulato male o che l'esecutore si sia distratto. Suchman ribalta completamente questa prospettiva, sostenendo che i piani non sono la causa o la mappa rigida dell'azione, ma piuttosto delle risorse posteriori o delle guide guida molto generali che usiamo per orientarci.
L'azione reale è invece sempre situata, cioè emerge momento per momento dall'incontro unico e irripetibile tra le intenzioni della persona e le contingenze specifiche del contesto fisico, sociale e materiale in cui ci si trova.
Per comprendere concretamente questa differenza, possiamo pensare alla guida di un'automobile su un tragitto quotidiano, come quello che porta da casa al posto di lavoro.
Quando ci mettiamo al volante, abbiamo certamente un piano in testa, ossia raggiungere l'ufficio entro le nove del mattino percorrendo una determinata strada.
Tuttavia, il modo in cui guidiamo non è la mera scansione di quel piano.
Se improvvisamente un pedone attraversa la strada senza guardare, se un semaforo diventa rosso, o se un cantiere inatteso sbarra la via principale, il guidatore non ricomincia da capo a calcolare l'intero percorso a bocce ferme.
Al contrario, adatta istantaneamente i propri movimenti muscolari, frena, sferza o devia per una via secondaria.
L'azione di guidare si fonda sulle condizioni specifiche del momento, sulla percezione visiva immediata e sulla capacità di rispondere alle variazioni dell'ambiente.
Il piano iniziale serve solo a indicare la direzione generale, ma l'azione vera e propria viene negoziata metro dopo metro a contatto con la realtà.
[Per esperienza personale, a mio parere, riformulare il piano generale è anti-intuitivo, poichè la mente ha assimilato il piano iniziale e interpreta le difficoltà in essere come problemi da risolvere relativi a un piano generale che ritiene ancora valido.]
Un altro ambito di vita pratica che illustra la natura situata dell'agire umano è la cucina.
Immaginiamo una persona che decide di preparare una cena seguendo una ricetta stampata.
La ricetta rappresenta formalmente il piano strutturato: elenca gli ingredienti nelle dosi esatte e descrive i passaggi nell'ordine ideale. Ma cosa accade quando la cucina entra in funzione?
L'esecutore scopre magari di non avere abbastanza sale, nota che la fiamma del fornello scalda più del previsto bruciando leggermente il fondo della pentola, oppure riceve una telefonata improvvisa mentre la salsa sta sobbollendo.
Il cuoco non si blocca di fronte allo scostamento tra il piano teorico e la realtà.
Al contrario, assaggia il cibo, aggiunge un pizzico di spezie per coprire l'amaro, abbassa la fiamma e compensa gli imprevisti sfruttando l'esperienza e l'osservazione diretta.
La riuscita del piatto non dipende dalla rigida aderenza alle istruzioni su carta, ma dall'abilità dell'individuo di risintonizzare costantemente il proprio agire sulle condizioni reali della cucina in quel preciso momento.
Un'analogia celebre utilizzata dalla stessa Suchman riguarda la navigazione in mare, ponendo a confronto due approcci differenti: quello della navigazione moderna su grandi navi e quello dei navigatori tradizionali delle isole Caroline, nel Pacifico.
Il navigatore moderno traccia la rotta su una carta nautica prima di salpare, calcola le coordinate e cerca di mantenere la nave esattamente lungo le linee disegnate, trattando ogni deviazione come un errore da correggere.
Il navigatore puluwat, al contrario, salpa verso un'isola lontana senza mappe scritte.
La sua navigazione si basa sulla costante lettura del vento, della forma delle onde, della posizione delle stelle e del volo degli uccelli marini.
Egli non segue un percorso predefinito rigido, ma risponde continuamente alle correnti e ai cambiamenti atmosferici.
La sua rotta finale è il risultato di una continua negoziazione con l'oceano.
Suchman evidenzia come, anche quando pensiamo di comportarci come il navigatore moderno con una mappa perfetta, in realtà agiamo quasi sempre come il navigatore puluwat, adattandoci alle condizioni reali del mare che stiamo attraversando.
Questo cambio di paradigma porta con sé conseguenze enormi per la progettazione della tecnologia e dei sistemi di intelligenza artificiale.
Se gli esseri umani agiscono in modo situato, le macchine non dovrebbero essere progettate assumendo che l'utente seguirà sempre una sequenza lineare di istruzioni prefissate.
Quando un dispositivo tecnologico presuppone che l'utente pensi secondo una logica puramente formale, si crea quella che Suchman definisce una frattura comunicativa.
L'utente tenta di adattare il proprio uso al contesto contingente, mentre la macchina pretende che l'utente si adegui al suo modello interno rigido.
I sistemi efficaci sono invece quelli in grado di offrire flessibilità, fornendo risorse per l'azione anziché imporre un binario unico, e aiutando l'utente a riorientarsi quando si verificano deviazioni inattese dal percorso previsto.
In definitiva, l'azione situata ci invita a riconsiderare l'intelligenza non come un calcolo interno e astratto isolato dal mondo, ma come una risorsa distribuita ed ecologica, profondamente radicata nella nostra interazione corporea e sociale con l'ambiente quotidiano.
I piani rimangono strumenti utili per prefigurare il futuro o per spiegare il passato a cose fatte, ma è nel presente fluido dell'azione pratica che si svolge la nostra reale esperienza nel mondo.
L'aspetto più dirompente dell'opera di Lucy Suchman sta nel modo in cui smantella l'idea che la mente sia un centro di comando isolato.
Per capire fino in fondo l'azione situata, occorre osservare come la sociologa americana abbia attinto direttamente dall'etnometodologia di Harold Garfinkel per portarla all'interno della tecnologia e delle scienze cognitive.
La natura dell'interazione e l'uso delle "risorse"
Nel modello classico del cognitivismo, il piano precede e determina l'azione. Suchman ribalta questa prospettiva dimostrando che i piani sono rappresentazioni posteriori o schemi orientativi minimi.
Invece di guidare ogni singolo movimento, il piano serve a dare un senso di direzione a priori e a giustificare la condotta a posteriori, quando dobbiamo spiegare a noi stessi o agli altri perché abbiamo fatto una scelta.
Durante l'azione vera e propria, le persone non attingono a una sequenza di istruzioni mentali rigide, ma a un insieme di risorse ambientali, corporali e sociali presenti in quel preciso istante.
L'asimmetria nell'interazione uomo-macchina
Il cuore della critica di Suchman ai sistemi informatici del suo tempo — e di molti dei nostri giorni — risiede nel fatto che le macchine non condividono la stessa "situazionalità" dell'essere umano.
Quando due persone conversano o collaborano a un compito, si affidano a un continuo lavoro di riparazione (repair work).
Se uno dei due dice qualcosa di ambiguo, l'altro analizza l'espressione del viso, il tono della voce o la pausa di silenzio e chiede chiarimenti. L'intesa si costruisce dinamicamente nel flusso dell'interazione.
Una macchina tradizionale, invece, non ha accesso al contesto materiale e sociale dell'utente. Essa possiede solo il proprio modello interno pre-programmato.
Di fronte a un imprevisto o a un errore dell'utente, la macchina non è in grado di leggere il contesto reale in cui la persona si trova.
Proietta semplicemente la causa dell'errore sull'utente, il quale a sua volta prova a interpretare cosa la macchina "stia pensando", generando un cortocircuito di incomprensioni reciproche.
La tecnologia come artefatto aperto
L'eredità di Suchman ha trasformato radicalmente la progettazione del software e dell'interazione uomo-computer (HCI), spostando l'attenzione dall'ingegneria del controllo alla progettazione della flessibilità tenendo conto dell'imprevisto e dela visibilità del contesto.
L'IA come partner flessibile
Nell'era attuale dei modelli computazionali avanzati e degli agenti intelligenti, il concetto di azione situata suggerisce che un'intelligenza artificiale non debba imporre soluzioni preconfezionate, ma agire come un partecipante attivo capace di adattarsi al contesto mutevole, alle intenzioni e all'ambiente dell'utente in tempo reale.
L'azione situata ci ricorda che la vera intelligenza umana non consiste nella capacità di seguire algoritmi complessi, ma nella straordinaria abilità di navigare il disordine, la vaghezza e l'imprevedibilità del mondo quotidiano.
Fonti di riferimento:
Lucy A. Suchman, Plans and Situated Actions: The Problem of Human-Machine Communication, Cambridge University Press, New York, 1987.
Lucy A. Suchman, Human-Machine Reconfigurations: Plans and Situated Actions, Cambridge University Press, Cambridge, 2007.
Paul Dourish, Where the Action Is: The Foundations of Embodied Interaction, MIT Press, Cambridge, 2001.

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