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giovedì 21 maggio 2026

Disphoria (poesia di Mario Cammarota)



Sanguinare dall'anima,

nel buio catatonico,

udire slabbrate,

indicibili,

inumane esclamazioni

che dall' etere più lungi,

dal mediano oriente,

scaricano mefitiche,

vili parole su corpi piegati,

inermi alla difesa d'una diversa civiltà...

 Terra d'Israele,

 popolo dai molti lutti,

perché ripeti offese che subisti,

perché, obliando il pianto prigioniero degli avi tuoi,

non allarghi il respiro alla rivolta, allo sdegno?

 Tua, ora, è la parola,

tuo il grido definitivo che in abbraccio denso alla verità,

porti compassione e consolo a chi inutilmente soffre

E virginale decoro alla tua stirpe..


Questa poesia è una meditazione dolorosa e accusatoria sulla guerra, sulla memoria storica e sulla responsabilità morale. 

Il tono è tragico, solenne, quasi profetico: il poeta non descrive semplicemente un conflitto, ma un crollo dell’umanità.

L’incipit — “Sanguinare dall’anima, / nel buio catatonico” — introduce subito una sofferenza interiore assoluta. Il dolore non è fisico ma spirituale, e il “buio catatonico” suggerisce paralisi, impotenza, smarrimento davanti all’orrore. 

Le “indicibili, inumane esclamazioni” che arrivano “dall’etere più lungi” evocano un coro di violenza e odio che attraversa il mondo contemporaneo: la parola umana diventa “mefitica”, velenosa, capace di colpire corpi già “piegati” e “inermi”.

La poesia assume poi una direzione esplicitamente storica e politica con l’invocazione alla “Terra d’Israele”

Qui il testo si fonda su un forte paradosso morale: un popolo che ha conosciuto persecuzioni e lutti rischia ora di ripetere le stesse forme di offesa subite in passato. 

Il verso: “perché ripeti offese che subisti”

è il centro etico della poesia. 

Non è solo una domanda politica, ma universale: chi ha sofferto dovrebbe essere più capace di compassione oppure può diventare, a sua volta, strumento di violenza?

Molto intensa è anche l’espressione:

“obliando il pianto prigioniero degli avi tuoi”

dove la memoria storica appare tradita. 

Gli “avi” rimandano evidentemente alla storia delle persecuzioni ebraiche; il “pianto prigioniero” rappresenta una sofferenza collettiva che avrebbe dovuto generare coscienza morale e invece sembra dimenticata.

Nell’ultima parte il tono cambia: dall’accusa si passa all’esortazione. 

Il poeta non condanna definitivamente, ma chiede una scelta diversa. 

Israele viene chiamata a usare la propria “parola” e il proprio “grido definitivo” non per perpetuare il conflitto, ma per abbracciare “verità”, “compassione” e “consolo”. 

È quasi un appello alla redenzione morale.

L’ultimo verso — “E virginale decoro alla tua stirpe” — è particolarmente significativo: il termine “virginale” richiama purezza, innocenza originaria, dignità non contaminata dalla vendetta. Il poeta sembra auspicare un ritorno a un’identità etica fondata non sulla forza, ma sulla pietà e sulla giustizia.

Dal punto di vista stilistico, il testo usa:

  • un lessico elevato e drammatico (mefitiche, obliando, stirpe);

  • forti immagini visionarie ed emotive;

  • enjambement che accentuano il senso di tensione e frattura;

  • un ritmo quasi liturgico, da invocazione o lamentazione biblica.

Nel complesso, è una poesia civile e morale, che riflette sul rischio eterno della storia: il dolore subito non garantisce automaticamente la capacità di non infliggerlo agli altri.

 


domenica 17 maggio 2026

La storia commovente dell’uomo che curava anche l’anima

 

Nella Napoli degli anni Venti il mare sembrava respirare insieme alla città. Al mattino, quando il sole si alzava dietro il Vesuvio, i vicoli si riempivano del profumo del pane appena sfornato e delle voci dei venditori ambulanti. Ma dietro quella vitalità si nascondevano anche miseria, malattie e solitudine. 

In uno di quei quartieri popolari viveva Antonio, un ragazzo di sedici anni che lavorava come garzone presso una piccola farmacia.

Antonio aveva perso il padre durante la guerra e sua madre, debilitata da una malattia ai polmoni, trascorreva le giornate a letto tossendo senza tregua. 

Il ragazzo cercava di mostrarsi forte, ma ogni sera, tornando a casa con pochi spiccioli in tasca, sentiva il peso della disperazione.

Un giorno d’inverno, mentre consegnava alcune medicine all’ospedale degli Incurabili, vide un medico aggirarsi tra i corridoi con passo rapido ma gentile. 

Non indossava abiti eleganti, né mostrava l’arroganza che Antonio aveva spesso notato nei professionisti importanti. 

Quel medico si fermava accanto a ogni paziente, ascoltava con attenzione e, soprattutto, guardava tutti negli occhi.

«Come ti chiami?» chiese all’improvviso rivolgendosi al ragazzo.

«Antonio, signore.»

«E perché hai quell’aria così triste, Antonio?»

Il ragazzo abbassò lo sguardo. Non era abituato a essere interrogato con tanta dolcezza. Dopo qualche esitazione raccontò della madre malata e delle difficoltà economiche.

Il medico rimase in silenzio per un istante, poi prese un foglio e scrisse qualcosa e gli disse: «Porta tua madre a questo indirizzo domani mattina. Non preoccuparti del denaro.»

Antonio guardò il nome in fondo al foglio: dottor Riccardo Santelmo.

La mattina seguente il ragazzo accompagnò la madre nello studio del medico. 

La stanza era semplice: una scrivania consumata, scaffali pieni di libri e un piccolo crocifisso appeso al muro. 

Non c’era lusso, ma vi regnava una pace insolita.

Il dottor Santelmo visitò la donna con grande attenzione. Le parlava con rispetto, quasi volesse restituirle una dignità che la povertà le aveva sottratto.

«La malattia è seria,» disse infine, «ma non siete soli.»

Da quel giorno il medico iniziò a seguire la madre di Antonio senza chiedere alcun compenso. 

Spesso lasciava medicine gratuite o qualche moneta nascosta tra le pagine della ricetta. Antonio se ne accorgeva, ma faceva finta di nulla per non umiliare la madre.

Con il passare delle settimane il ragazzo cominciò ad accompagnare più spesso il dottore durante le visite nei quartieri poveri. Vedeva stanze fredde, bambini denutriti, anziani abbandonati. 

Tuttavia Santelmo entrava in ogni casa con la stessa calma, come se ciascuna persona fosse importante quanto un re.

Una sera, mentre attraversavano i Quartieri Spagnoli sotto la pioggia, Antonio domandò:

«Perché fate tutto questo? Potreste lavorare solo per i ricchi e vivere comodamente.»

Il medico sorrise appena.

«La medicina non serve a riempire le tasche, Antonio. Serve a ricordare agli uomini che la vita è sacra.»

Quelle parole rimasero impresse nella mente del ragazzo.

Passarono alcuni mesi e in città scoppiò una violenta epidemia di febbre tifoide. Gli ospedali si riempirono rapidamente. 

Molti medici, spaventati dal contagio, limitavano le visite o chiedevano cifre impossibili ai poveri. 

Il dottor Santelmo invece sembrava moltiplicarsi: trascorreva le giornate in corsia e le notti nei vicoli più malfamati.

Antonio lo seguiva ovunque potesse, aiutando a trasportare medicine e acqua pulita. Una notte entrarono in una casa dove un’intera famiglia giaceva febbricitante. L’aria era pesante, quasi irrespirabile.

«Dottore, è troppo pericoloso,» sussurrò Antonio.

Santelmo si inginocchiò accanto a una bambina che tremava nel letto.

«La paura è naturale,» rispose piano, «ma non può essere più forte della compassione.»

Restarono lì per ore. Quando uscirono, il cielo cominciava a schiarire. Antonio guardò il medico e notò quanto fosse stanco: aveva il volto pallido e gli occhi segnati dalle notti insonni. Tuttavia continuava a sorridere.

Nei giorni successivi l’epidemia peggiorò. Una mattina il dottor Santelmo non si presentò in ospedale. 

Antonio, preoccupato, corse al suo studio e lo trovò seduto alla scrivania, febbricitante.

«Dovete riposare!» esclamò.

«Ci sono ancora troppi malati,» mormorò il medico.

Ma il suo corpo ormai non reggeva più.

Per la prima volta Antonio vide in lui non soltanto un uomo straordinario, ma anche una creatura fragile, consumata dall’amore per gli altri.

Durante la malattia, molte persone si presentarono alla porta dello studio: donne con bambini in braccio, anziani, operai, mendicanti. 

Tutti chiedevano notizie del medico che aveva curato gratuitamente mezza città.

Una vecchia lasciò un sacchetto di arance.

«Non posso pagarlo in altro modo,» disse commossa.

Antonio comprese allora quanto bene il dottor Santelmo avesse seminato silenziosamente negli anni.

Dopo settimane difficili, il medico riuscì lentamente a riprendersi. Quando finalmente tornò a camminare per le strade di Napoli, la gente lo salutava con gratitudine sincera.

Antonio, intanto, era cambiato. Non era più il ragazzo disperato che pensava solo a sopravvivere. 

Aveva scoperto che esisteva una forza capace di rendere più luminosa perfino la miseria: il servizio verso gli altri.

Qualche anno dopo riuscì a iscriversi all’università per studiare medicina. Il giorno della sua partenza passò a salutare il dottor Santelmo.

«Temo di non essere abbastanza bravo,» confessò.

Il medico gli posò una mano sulla spalla.

«Ricorda questo: i pazienti dimenticheranno molte cose, ma non dimenticheranno mai come li hai fatti sentire. Cura il corpo, ma non lasciare mai sola l’anima.»

Antonio annuì con gli occhi lucidi.

Molti anni più tardi, ormai medico, si ritrovò a ripetere quelle stesse parole a un giovane studente impaurito. 

E ogni volta che entrava in una stanza d’ospedale cercava di imitare quello sguardo pieno di umanità che aveva conosciuto da ragazzo.

Perché certe persone non cambiano il mondo con il potere o con la ricchezza, ma con la capacità di amare senza misura. 

E il loro esempio continua a vivere nel cuore di chi li incontra, proprio come una luce che nessuna notte riesce a spegnere.


*Spunto tratto dal 2^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 


Leggi anche: La filosofia raccontata (di Luigi Squeo)
oppure
 Diventa ciò che sei (di Luigi Squeo) 

 

lunedì 4 maggio 2026

Il caso Garlasco: perché continua a ossessionare l’Italia?


A distanza di anni, il delitto di Caso di Garlasco non è solo cronaca nera: è diventato un vero e proprio fenomeno culturale. Ma cosa lo rende così persistente nella memoria collettiva?

🧩 Una verità giudiziaria che non coincide con quella “percepita”
La condanna definitiva di Alberto Stasi ha chiuso il caso dal punto di vista legale. Eppure, nell’opinione pubblica resta una frattura: molti si chiedono se tutti i dubbi siano stati davvero chiariti. Questo scarto tra sentenza e percezione alimenta discussioni infinite.

🔍 Indagini complesse e dettagli controversi
Il caso è stato caratterizzato da perizie contrastanti, ricostruzioni divergenti e elementi che nel tempo sono stati interpretati in modi diversi. È proprio questa complessità a lasciare spazio a nuove letture, anche anni dopo.

📺 L’effetto moltiplicatore dei media
Programmi TV, podcast e documentari hanno trasformato la vicenda in un racconto continuo. Ogni approfondimento promette “la verità definitiva”, ma spesso riapre interrogativi invece di chiuderli. La storia di Chiara Poggi torna così ciclicamente al centro dell’attenzione.

💬 Il ruolo dei social: tra analisi e speculazione
Oggi il dibattito non è più confinato ai tribunali o ai giornali. Online nascono vere e proprie comunità che analizzano ogni dettaglio, confrontano prove e costruiscono teorie. Questo crea una sorta di “processo parallelo” permanente.

🧠 Il fascino umano per il mistero e l’ingiustizia
Casi come questo toccano corde profonde: il bisogno di verità, la paura dell’errore giudiziario, la curiosità verso ciò che sembra incompleto. Quando una storia resta aperta nella percezione collettiva, diventa impossibile lasciarla andare.

⚖️ Tra memoria, giustizia e narrazione
Il caso Garlasco è ormai più di un fatto di cronaca: è un simbolo del rapporto complesso tra giustizia, media e opinione pubblica. Ci ricorda quanto sia difficile distinguere tra ciò che sappiamo, ciò che crediamo e ciò che vogliamo capire.

👉 Forse è proprio questo il punto: non è solo una storia da risolvere, ma una storia che continua a interrogarci.


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