Benvenuto su Riflessioni Filosofiche

In questo spazio condivido riflessioni e approfondimenti su temi che riguardano lo spirito umano e il senso del vivere. Leggerete scritti che vogliono favorire la serenità interiore o l'ottimismo per la vita.

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venerdì 22 maggio 2026

"Tu”: la parola che cambia il mondo


Nel cortile silenzioso di una vecchia biblioteca, sotto un pergolato attraversato dalla luce del tramonto, un giovane discepolo sedeva davanti al suo maestro. 

Attorno a loro, il mondo sembrava sospeso: il rumore lontano della città arrivava attenuato, come se quel luogo appartenesse a un tempo diverso.

Il discepolo aveva tra le mani un libro consunto. Lo richiuse lentamente.

«Maestro,» disse, «ho letto alcune pagine di Franz Rosenzweig, ma mi sembrano dense come una foresta. Comprendo parole isolate: Dio, uomo, mondo, redenzione… eppure mi sfugge il loro legame. Perché la sua filosofia appare tanto diversa da quella degli altri pensatori moderni?»

Il sapiente sorrise appena.

«Perché Rosenzweig non voleva costruire un sistema che imprigionasse la vita. Egli diffidava dei sistemi filosofici che pretendono di spiegare tutto. Pensava soprattutto a Hegel, alla grande idea secondo cui l’intera realtà può essere ricondotta a un unico processo razionale.»

«E non è forse ciò che la filosofia ha sempre cercato?» domandò il giovane.

«Sì,» rispose il maestro, «ma Rosenzweig vide un pericolo in questa ambizione. Quando si riduce tutto a un concetto universale, si rischia di cancellare l’individuo concreto. L’uomo reale, con la sua paura, il suo amore, la sua morte, scompare dietro le astrazioni.»

Il discepolo abbassò lo sguardo.

«La morte… Ho letto che per Rosenzweig è un punto decisivo.»

«Esatto. Egli parte dall’esperienza della mortalità. Non dà un’idea astratta dell’essere, ma dal terrore concreto della morte. L’uomo sa di dover morire, e questa consapevolezza spezza ogni illusione filosofica di totalità.»

«Perché?»

«Perché nessun sistema può togliere all’uomo la sua angoscia personale. Se io morirò, non mi consola sapere che lo Spirito universale continua il suo cammino nella storia. La mia morte resta mia.»

Il giovane rimase in silenzio per qualche istante.

«Dunque Rosenzweig rifiuta la filosofia?»

«No. Egli vuole salvarla dall’astrazione. Vuole riportarla alla vita. Per questo, nella sua opera più importante, La stella della redenzione, descrive tre realtà originarie: Dio, il mondo e l’uomo.»

«Tre realtà separate?»

«Originariamente sì. Rosenzweig insiste sul fatto che nessuna di esse può essere ridotta alle altre. Dio non è semplicemente il mondo. L’uomo non è soltanto una parte del cosmo. E il mondo non è un’illusione dello spirito.»

«Allora come entrano in relazione?»

Il sapiente prese una foglia caduta dal pergolato e la osservò controluce.

«Attraverso eventi viventi. Non mediante deduzioni logiche. Rosenzweig parla di creazione, rivelazione e redenzione.»

«Spiegatemeli.»

«La creazione è il rapporto tra Dio e il mondo. Il mondo non è eterno né autosufficiente: nasce da un atto divino. La rivelazione è il rapporto tra Dio e l’uomo. Qui sta uno dei nuclei più profondi del suo pensiero.»

«Che cos’è la rivelazione per lui?»

«Non anzitutto una dottrina. Non un insieme di verità teoriche. È un evento d’amore.»

Il discepolo sollevò gli occhi, sorpreso.

«Un evento d’amore?»

«Sì. Rosenzweig immagina la rivelazione come un dialogo in cui Dio chiama l’uomo. Non gli parla come una forza cosmica impersonale, ma come un “Tu”. L’uomo scopre sé stesso nel momento in cui viene chiamato.»

«Questo ricorda Martin Buber.»

«Infatti erano vicini. Entrambi attribuiscono centralità alla relazione dialogica. Ma Rosenzweig insiste particolarmente sul carattere temporale e drammatico dell’incontro.»

«Drammatico?»

«Perché la rivelazione sconvolge l’uomo. Lo costringe a uscire dalla chiusura del proprio io. Quando Dio dice “Tu”, l’uomo comprende di essere amato e, nello stesso tempo, chiamato alla responsabilità.»

«Responsabilità verso chi?»

«Verso il mondo e verso gli altri uomini. Ed ecco il terzo movimento: la redenzione.»

Il giovane si sporse leggermente in avanti.

«La redenzione non riguarda soltanto l’aldilà?»

«Per Rosenzweig no. Essa comincia qui, nel tempo. Ogni atto autentico d’amore contribuisce alla redenzione del mondo. Non è un evento puramente futuro, ma un processo che attraversa la storia.»

«Quindi l’uomo partecipa alla redenzione?»

«Esattamente. Attraverso la parola, l’ascolto, il legame con l’altro. Rosenzweig pensa che il mondo non sia compiuto una volta per tutte. Esso attende ancora una trasfigurazione.»

Il discepolo rifletté a lungo.

«Mi sembra allora una filosofia profondamente religiosa.»

«Lo è. Ma non nel senso di una semplice apologetica. Rosenzweig non usa la filosofia per dimostrare la religione. Piuttosto, lascia che l’esperienza religiosa trasformi il modo stesso di filosofare.»

«È per questo che il suo stile è così particolare?»

«Sì. La stella della redenzione non è costruita come un trattato lineare. È quasi un percorso spirituale. Rosenzweig voleva che il lettore attraversasse un’esperienza, non soltanto una catena di argomenti.»

Il vento mosse lentamente le foglie del pergolato.

«Maestro,» disse il giovane, «c’è una cosa che ancora non comprendo. Perché Rosenzweig attribuisce tanta importanza al linguaggio?»

Il sapiente sorrise.

«Perché il linguaggio è il luogo dell’incontro. I sistemi filosofici tradizionali parlavano spesso dell’uomo come di un oggetto da analizzare. Rosenzweig invece parte dalla parola viva, dal dialogo. L’uomo esiste veramente quando risponde a una chiamata.»

«Quindi la verità non è soltanto pensata, ma anche pronunciata?»

«Esatto. E ascoltata anche. La verità accade nella relazione.»

Il discepolo rimase assorto.

«Comprendo ora perché Rosenzweig si opponesse alla filosofia totalizzante. Se tutto viene assorbito in un sistema, il dialogo muore.»

«Hai colto il punto essenziale,» disse il maestro. «Per Rosenzweig la realtà è fatta di incontri vivi, non di concetti chiusi. Dio, uomo e mondo restano distinti, e proprio per questo possono entrare in relazione.»

«E la stella presente nel titolo della sua opera, che significato ha?»

«È il simbolo dell’intreccio tra questi elementi. Una figura composta da triangoli che si intersecano. Non un cerchio chiuso, ma una forma aperta, dinamica.»

Il sole stava ormai tramontando. La biblioteca dietro di loro si era fatta scura.

«Maestro,» mormorò il giovane, «questa filosofia mi sembra meno una teoria e più un invito.»

«Lo è. Rosenzweig non voleva soltanto spiegare il mondo. Voleva insegnare all’uomo a vivere nel dialogo, nell’ascolto e nella responsabilità.»

«E credete che il mondo moderno possa ancora ascoltare una voce simile?»

Il sapiente guardò il cielo, dove apparivano le prime stelle.

«Finché esisterà un uomo capace di rivolgersi all’altro dicendo veramente “tu”, il pensiero di Rosenzweig non sarà morto.»


*Spunto tratto dal 1^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 



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giovedì 21 maggio 2026

La sconvolgente verità di Sartre sulla libertà umana

 

Jean-Paul Sartre, uno dei più importanti filosofi del Novecento e principale esponente dell’esistenzialismo, descrive la condizione umana attraverso una metafora estremamente significativa: l’uomo è come uno scrittore costretto a comporre il romanzo della propria vita senza conoscere il finale e senza sapere se qualcuno lo leggerà.

Questa immagine racchiude il cuore del pensiero sartriano, secondo cui l’essere umano non possiede un destino già stabilito, né una natura definita prima della propria esistenza.

Al contrario, ogni individuo è libero di costruire sé stesso attraverso le proprie scelte, diventando l’autore della propria identità e del proprio percorso nel mondo.

Secondo Sartre, infatti, l’uomo non è un personaggio inserito in una storia già scritta da una volontà superiore o da un ordine universale immutabile. 

Non esiste un autore divino che abbia già deciso il significato della nostra vita, il nostro carattere o il nostro futuro.

L’essere umano nasce senza istruzioni precise, senza un copione prestabilito, e proprio per questo è costretto a scegliere continuamente chi essere.

Questa idea è espressa dalla celebre formula sartriana “l’esistenza precede l’essenza”: prima l’uomo esiste, poi, attraverso le proprie azioni, definisce ciò che è.

L’identità non è qualcosa di fisso o già dato, ma il risultato delle decisioni che ogni persona prende nel corso della propria vita.

La metafora del romanzo personale rende questo concetto particolarmente efficace. 

Ogni gesto, ogni scelta, persino ogni omissione rappresentano parole scritte nel libro unico della nostra esistenza.

Nessuno può vivere al posto nostro e nessuno può assumersi le nostre responsabilità. Ogni pagina viene scritta giorno dopo giorno, senza possibilità di cancellare ciò che è stato fatto.

In questo senso, la libertà dell’uomo è assoluta, ma anche profondamente impegnativa. 

Sartre parla infatti di una “condanna alla libertà”: l’uomo non può sottrarsi al dovere di scegliere. Anche il rifiuto di decidere è, in realtà, una scelta.

Tuttavia, questa libertà non deve essere interpretata come qualcosa di semplice o piacevole. 

Nel pensiero comune, essere liberi significa poter fare ciò che si desidera senza ostacoli, ma per Sartre la libertà è molto più complessa. 

Essa comporta responsabilità, incertezza e spesso anche angoscia.

L’uomo si trova da solo davanti alle proprie decisioni, senza poter contare su valori assoluti o regole universali che indichino sempre la strada giusta.

Ogni scelta diventa quindi un rischio, perché non esistono garanzie sul risultato finale. 

L’individuo deve assumersi interamente il peso delle conseguenze delle proprie azioni.

Questa condizione genera quello che Sartre definisce “angoscia esistenziale”.

L’uomo comprende di essere l’unico responsabile della propria vita e di non poter attribuire le proprie azioni al destino, alla natura o alla volontà divina. 

È una libertà radicale, che priva l’individuo di scuse e protezioni. 

Da qui nasce anche il senso di smarrimento tipico dell’esistenzialismo: l’essere umano vive in un mondo privo di significato prestabilito e deve creare autonomamente il proprio orizzonte di senso.

Non esiste una missione universale valida per tutti; ogni persona deve trovare il proprio modo di vivere e di dare valore alla propria esistenza.

Nonostante questo aspetto drammatico, Sartre considera la libertà anche come la più grande possibilità dell’uomo. 

Proprio perché nulla è già deciso, ciascuno ha la possibilità di reinventarsi continuamente.

La vita non è un percorso rigido e immutabile, ma una costruzione aperta, che dipende dalle nostre scelte. 

Se esistesse un significato superiore già fissato una volta per tutte, l’uomo sarebbe soltanto un personaggio passivo all’interno di una storia già definita. Invece, la mancanza di un copione rende autentica la nostra esistenza. 

Ogni decisione acquista valore proprio perché non è predeterminata.

La riflessione di Sartre invita quindi a prendere coscienza della responsabilità personale. Spesso gli individui cercano rifugio nelle abitudini, nelle convenzioni sociali o nelle aspettative degli altri per evitare il peso della libertà. 

Sartre definisce questo atteggiamento “malafede”: il tentativo di fingere di non essere liberi, nascondendosi dietro ruoli o giustificazioni. 

Tuttavia, secondo il filosofo, nessuno può davvero sfuggire alla propria libertà. Anche quando si segue passivamente ciò che fanno gli altri, si sta comunque scegliendo di comportarsi in quel modo.

In conclusione, la metafora del romanzo della vita esprime perfettamente il pensiero esistenzialista di Sartre. 

L’uomo è l’autore della propria esistenza: scrive ogni pagina attraverso le sue azioni, senza conoscere il finale e senza poter contare su un significato già stabilito. 

Questa libertà assoluta può generare paura e angoscia, perché costringe l’individuo ad assumersi pienamente la responsabilità delle proprie scelte. 

Allo stesso tempo, però, rappresenta anche la più grande possibilità dell’essere umano: quella di costruire autonomamente la propria identità e di dare un senso personale alla propria vita.

Per Sartre, dunque, vivere significa creare continuamente se stessi, trasformando ogni scelta in una parte fondamentale del proprio romanzo interiore.


*Spunto tratto dal 1^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 



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mercoledì 20 maggio 2026

La laurea più inutile del mondo — e forse la più importante

 

La concezione vere della filosofia è radicalmente distante dall’idea contemporanea dell’istruzione come semplice preparazione professionale. 

Conseguire una laurea in filosofia, secondo questa prospettiva, non significa ottenere soltanto una competenza specialistica o un titolo utile all’ingresso nel mondo del lavoro, ma entrare progressivamente dentro una forma di vita fondata sulla ricerca della verità, della bellezza e del senso.

La filosofia appare così non come una disciplina tra le altre, ma come un’esperienza esistenziale che coinvolge interamente la persona e trasforma il modo stesso di abitare il mondo.

Alla base di questa presentazione vi è una critica implicita alla mentalità utilitaristica moderna, secondo la quale ogni sapere dovrebbe giustificarsi attraverso la propria funzione pratica o produttiva.

In una società dominata dalla logica dell’efficienza, del rendimento e della misurabilità, la filosofia sembra infatti occupare una posizione marginale, poiché non produce immediatamente beni materiali né garantisce automaticamente una professione definita.

Tuttavia, proprio questa apparente inutilità rappresenta la sua forza più autentica. 

La filosofia non nasce per servire un interesse economico o tecnico, ma per custodire e sviluppare la capacità umana di interrogarsi sul significato dell’esistenza.

Essa non coincide con il fare, ma con il comprendere.

Si vuole insistere sul fatto che il filosofo non “lavora” nel senso ordinario del termine. 

Questa affermazione non intende negare che il filosofo possa insegnare, scrivere o svolgere attività accademiche, ma vuole sottolineare che la dimensione autentica della filosofia non si esaurisce in una professione.

Il pensiero filosofico non può essere ridotto a una funzione produttiva, perché esso nasce da una tensione interiore verso ciò che supera l’utile immediato.

Filosofare significa mantenere aperta la domanda sul senso delle cose, senza accontentarsi di risposte superficiali o convenzionali.

In questo senso, la filosofia appare più vicina a una vocazione che a un mestiere: richiede dedizione, fedeltà e una continua disponibilità a mettere in discussione sé stessi e il mondo.

Un altro aspetto fondamentale riguarda il rapporto tra filosofia e bellezza. 

La bellezza non viene intesa come semplice eleganza estetica o ornamento superficiale, ma come manifestazione della verità.

Vivere filosoficamente significa allora lasciarsi guidare da quella forma di armonia interiore che nasce dalla ricerca autentica del vero.

La bellezza del pensiero consiste nella sua capacità di illuminare l’esistenza, di sottrarre la vita alla banalità e all’automatismo, rendendo l’uomo più consapevole della profondità del reale.

Il filosofo è colui che cerca di vedere oltre l’apparenza immediata delle cose, cogliendo l’essenziale dietro il frammentario e il contingente.

Al filosofo si attribuisce inoltre al filosofo una responsabilità particolare nei confronti del mondo. 

Tale responsabilità non consiste nel fornire soluzioni tecniche o servizi immediatamente profittevoli, ma nel preservare uno spazio di riflessione critica all’interno della società.

Il filosofo ha il compito di vigilare sulla “densità di pensiero” del mondo, espressione che suggerisce la necessità di impedire che la realtà venga ridotta a pura superficie, consumo o velocità.

In un’epoca caratterizzata dalla frammentazione dell’attenzione e dall’accelerazione continua, la filosofia diventa un esercizio di profondità: essa invita a rallentare, a interrogare, a sostare davanti alle domande fondamentali dell’esistenza.

In questa prospettiva, la filosofia non possiede orari definiti né criteri di rendimento misurabili. Non si può stabilire quando un uomo smetta davvero di pensare o di interrogarsi. 

In questo senso la filosofia va intesa come un dovere più che di un lavoro. 

Si tratta di un dovere interiore, non imposto dall’esterno, che nasce dalla consapevolezza che vivere autenticamente significa non smettere mai di cercare il senso.

Il filosofo è colui che accetta di abitare l’inquietudine della domanda senza trasformarla immediatamente in certezza definitiva. 

La sua vita è segnata da una continua apertura verso ciò che ancora non comprende pienamente.

Chi sceglie la filosofia sceglie di “vivere dentro la bellezza del pensiero” e di lasciarsi costituire da essa.

Questa espressione suggerisce che la filosofia non sia semplicemente qualcosa che si possiede, ma qualcosa che forma interiormente l’individuo.

Il pensiero filosofico non rimane esterno alla vita, bensì la trasforma dall’interno, modificando il modo di percepire il tempo, le relazioni, il sapere e persino sé stessi.

Studiare filosofia significa dunque entrare in una disciplina che non promette ricchezza o sicurezza, ma offre la possibilità di una maggiore profondità umana.

In conclusione, la filosofia è una scelta esistenziale orientata non all’utile ma alla verità, non alla produttività ma alla comprensione.

Il filosofo appare come colui che custodisce la capacità di interrogare il mondo e di lasciarsi interrogare da esso, mantenendo viva la tensione verso ciò che dà significato all’esistenza.

In un’epoca dominata dalla funzionalità e dall’immediatezza, la filosofia rappresenta allora uno spazio di resistenza spirituale e intellettuale: il luogo in cui l’uomo continua a cercare non soltanto ciò che serve, ma ciò che vale veramente.


*Spunto tratto dal 2^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo
 



Leggi anche: La filosofia raccontata (di Luigi Squeo)
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                     Diventa ciò che sei (di Luigi Squeo)   

domenica 10 maggio 2026

Perché non distinguiamo più il reale dal falso? (Jean Baudrillard)

 

Nella redazione del quotidiano, le luci al neon tremavano come insetti intrappolati in un acquario. 

Era quasi mezzanotte quando Luca Anselmi, cronista culturale da appena tre anni, ricevette una telefonata senza numero.

«Se vuole capire davvero cosa sta succedendo, venga al Bar Sole. Subito.»

La linea cadde.

Luca sospirò. 

Da settimane lavorava a un’inchiesta sulla diffusione di video sintetici, influencer generati dall’intelligenza artificiale e campagne politiche costruite interamente su simulazioni emotive. 

Ogni volta che credeva di avere trovato un fatto autentico, scopriva che era stato manipolato, replicato, amplificato. 

La realtà sembrava evaporare.

Il Bar Sole era quasi vuoto. In fondo alla sala, accanto a uno specchio annerito dal tempo, sedeva un uomo anziano in cappotto scuro. 

Il volto era magro, gli occhi chiarissimi.

«Lei è Luca Anselmi?»

«Sì… e lei?»

L’uomo accennò un sorriso ironico.

«Diciamo che sono qualcuno che aveva previsto una certa evoluzione.»

Luca rimase immobile. Conosceva quel viso dalle fotografie universitarie.

«Sto incontrando Jean Baudrillard?»

«ammetto di esserlo.»

Il cameriere posò due caffè senza che nessuno li avesse ordinati.

Baudrillard guardò lo schermo del telefono di Luca illuminarsi di notifiche.

«Vede? È già lì che comincia il problema.»

«I social?»

«No. L’idea che ciò che appare sullo schermo abbia più consistenza del mondo che la circonda.»

Luca registrò mentalmente la frase.

«Sto lavorando proprio su questo. Deepfake, propaganda digitale, realtà aumentata…»

«Lei continua a usare la parola “realtà” come se fosse ancora il centro della questione.» Baudrillard si sporse in avanti. «Ma l’iperrealtà nasce quando la copia non imita più il reale: lo sostituisce.»

Fuori dal locale, la pioggia trasformava i fari delle automobili in scie liquide.

«Pensi a una guerra trasmessa in diretta,» continuò il filosofo. «Milioni di persone la vivono attraverso immagini selezionate, musiche drammatiche, grafica spettacolare. 

Dopo qualche giorno, l’evento mediatico conta più delle vittime reali. La guerra diventa il suo racconto.»

«Ma i fatti esistono comunque.»

«Esistono?»

La domanda cadde pesante.

Baudrillard prese una bustina di zucchero e la girò lentamente tra le dita.

«Lei crede che l’informazione serva a mostrare il mondo. In realtà spesso serve a produrne una versione consumabile. La gente non vuole il vero. Vuole qualcosa che sembri vero abbastanza da emozionarla.»

Luca abbassò lo sguardo sul telefono. 

Un video appena pubblicato mostrava un politico in lacrime durante un’intervista. Migliaia di commenti. Condivisioni furiose.

«È autentico?» chiese.

Baudrillard rise piano.

«La domanda ormai è irrilevante. Se produce effetti reali, allora funzionerà come reale.»

Per un momento il giornalista sentì un brivido. Ripensò ai propri articoli: titoli costruiti per attirare click, immagini scelte non per accuratezza ma per impatto emotivo. 

Anche lui partecipava alla macchina.

«Quindi non c’è più differenza tra vero e falso?»

«Oh, la differenza esiste ancora. Ma non è più importante.» Baudrillard indicò lo specchio alle sue spalle.

«L’iperrealtà è uno specchio che riflette altri specchi. A forza di guardare riflessi, dimentichiamo che ci fosse un volto originario.»

Nel locale entrò una ragazza che si fermò accanto al bancone per scattare fotografie al proprio cocktail. Non lo bevve nemmeno. Dopo pochi secondi uscì.

Baudrillard la seguì con lo sguardo.

«Ha visto? L’esperienza non serve più a vivere qualcosa, ma a produrre la sua immagine.»

«E cosa dovrei fare io?» domandò Luca. «Smettere di scrivere?»

«No.» Il filosofo sorrise malinconicamente. «Ma impari a diffidare della seduzione delle immagini. Ogni sistema di simulazione desidera una cosa soltanto: che nessuno faccia più domande.»

La corrente elettrica vacillò. Per un istante il locale piombò nel buio.

Quando la luce tornò, la sedia di Baudrillard era vuota.

Sul tavolo restava solo la bustina di zucchero. Sopra, una frase scritta a penna:

“Un simulacro non è una semplice copia della realtà: è un’immagine che, col tempo, prende il posto dell’originale fino a farci dimenticare che esistesse davvero.”

Luca uscì dal caffè confuso. La città sembrava diversa. I maxi-schermi pubblicitari riflettevano volti perfetti, sorrisi sintetici, felicità prefabbricate. 

Ovunque persone filmavano sé stesse mentre camminavano, mangiavano, ridevano.

Per la prima volta non vide una metropoli.

Vide una gigantesca scenografia che recitava la parte della realtà.


*Spunto tratto dal 2^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo
 



Leggi anche: La filosofia raccontata (di Luigi Squeo)
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                     Diventa ciò che sei (di Luigi Squeo) 

mercoledì 6 maggio 2026

Il doppio volto del futuro


Quando il vecchio faro del Porto smise di funzionare, nessuno nella città sembrò farci troppo caso. Le navi ormai seguivano rotte automatiche, guidate da satelliti invisibili e schermi luminosi. 

Il faro era rimasto lì soltanto come una reliquia: un corpo di pietra che continuava a guardare il mare anche se il mare non aveva più bisogno di lui.

Andrea, però, continuava a salirci ogni sera.

Aveva quarantadue anni e da quasi un anno viveva solo. Sua moglie Clara era morta durante l’inverno precedente, lasciandogli una casa piena di oggetti che sembravano trattenere ancora il calore delle sue mani. 

Sul tavolo della cucina c’era una tazza scheggiata che nessuno aveva avuto il coraggio di buttare. Nell’armadio, i suoi vestiti conservavano il profumo leggero del gelsomino. 

E nello studio, sopra una mensola, c’era il manoscritto incompiuto del romanzo che Andrea aveva iniziato a scrivere dieci anni prima.

Trecentoventisette pagine.

Nessun finale.

Ogni notte saliva al faro con quel manoscritto nello zaino, come se il vento salmastro potesse suggerirgli l’ultima frase. Ma il più delle volte rimaneva seduto in silenzio accanto alla lanterna spenta, osservando il mare nero aprirsi davanti a lui come una domanda senza risposta.

Aveva sempre creduto che la vita fosse un percorso verso qualcosa: una forma definitiva, una stabilità, un compimento. 

Studiare, lavorare, amare, costruire una famiglia, diventare finalmente ciò che si doveva essere. Ma ora, dopo la morte di Clara, tutto gli appariva diverso. 

Non vedeva più alcun approdo. Solo movimento.

Un’esistenza che continuava a mutare proprio mentre cercava di fissarsi.


L’incontro al faro

Una sera di novembre trovò qualcuno seduto sui gradini del faro.

Era una ragazza giovane, forse venticinque anni, con un cappotto troppo leggero per il freddo del porto. Aveva accanto una valigia azzurra e un quaderno pieno di fogli sciolti.

«Scusi», disse lei alzando lo sguardo, «sa se questo faro è ancora aperto?»

Andrea sorrise appena.

«Tecnicamente no.»

«E praticamente?»

«Praticamente nessuno controlla più.»

La ragazza rise piano, come se custodisse una stanchezza antica.

Si chiamava Elisa. Veniva da Milano. Aveva lasciato l’università a pochi mesi dalla laurea e da allora viaggiava senza una direzione precisa. Scriveva poesie che non pubblicava mai.

«Perché le scrivi?» le chiese Andrea.

Lei rimase in silenzio per qualche secondo.

«Perché esistano almeno una volta.»

Quelle parole gli rimasero dentro.


Il significato dell’incertezza

Nei giorni successivi continuarono a incontrarsi al faro. A volte parlavano per ore, altre restavano semplicemente seduti a guardare il mare. 

Elisa raccontava dei lavori lasciati, degli amori interrotti, delle città abbandonate prima di riuscire a sentirle davvero sue. 

Andrea invece parlava poco. Ma lentamente cominciò a raccontare del romanzo incompiuto e di Clara.

«Forse dovresti finirlo», disse Elisa una sera.

Andrea scosse la testa.

«Non saprei come.»

«Non è questo il problema.»

«E quale sarebbe?»

Lei indicò il manoscritto.

«Tu vuoi sapere prima se ne varrà la pena.»

Andrea abbassò gli occhi.

Era vero.

Aveva paura che il libro non significasse nulla. Che nessuno lo leggesse. Che fosse mediocre. Che tutta quella fatica finisse nel silenzio.

Elisa prese una pagina del manoscritto e lesse qualche riga. Poi disse:

«Ma le cose vive funzionano così.»

«Così come?»

«Si gettano avanti senza sapere cosa diventeranno.»

Fuori, il mare colpiva gli scogli con lente esplosioni di schiuma.

Andrea pensò improvvisamente ai pescatori del porto. Ogni notte uscivano in mare senza alcuna certezza. 

Gettavano reti nel buio aspettando qualcosa che forse non sarebbe arrivato. Eppure continuavano a farlo. 

Non perché il futuro garantisse loro qualcosa, ma perché vivere significava proprio esporsi a quell’incertezza.

Per la prima volta dopo mesi, sentì che il dolore per Clara non era soltanto una fine. Era anche una soglia. Una ferita aperta attraverso cui il futuro continuava a entrare.

Quella notte tornò a casa e riprese a scrivere.

Non trovò un finale. Trovò soltanto un’altra pagina.

E poi un’altra ancora.


Il futuro costruisce e distrugge

Con l’inverno arrivò una notizia inattesa: il comune aveva deciso di demolire il vecchio faro. Al suo posto sarebbe sorto un albergo panoramico per turisti.

«Era inevitabile», disse il sindaco durante l’assemblea cittadina. «La città deve guardare avanti.»

Andrea osservò le persone applaudire distrattamente. E improvvisamente comprese qualcosa che non aveva mai capito davvero: ogni futuro nasce distruggendo qualcosa. 

Ogni nuova forma della vita consuma la precedente. Non esiste crescita senza perdita.

Il futuro non salva.

Trasforma.

L’ultima sera prima della demolizione, Andrea ed Elisa salirono insieme fino alla lanterna.

Il vento era fortissimo.

«Hai paura?» chiese lei.

«Di cosa?»

«Che tutto sparisca.»

Andrea guardò il mare.

«Sì.»

«Anch’io.»

Rimasero in silenzio.

Poi Elisa tirò fuori dalla valigia il suo quaderno pieno di poesie.

«Domani parto», disse. «Non so dove andrò.»

Andrea sentì una stretta improvvisa.

Avrebbe voluto chiederle di restare. Ma comprese che amare qualcuno significava anche accettarne l’apertura, il movimento, l’impossibilità di trattenerlo definitivamente.

Elisa strappò una pagina dal quaderno e gliela mise in mano.

«Non leggerla adesso.»


Il prezzo di ogni nuovo inizio

La mattina seguente lei era già partita.

Andrea rimase solo davanti al mare grigio mentre le ruspe circondavano il faro.

Quando il primo colpo demolì una parte del muro esterno, provò un dolore fisico, quasi intimo. Ma insieme a quel dolore sentì anche altro: una strana corrente vitale, come se proprio nella distruzione qualcosa continuasse ostinatamente a nascere.

Aprì finalmente il foglio lasciato da Elisa.

C’era scritto soltanto:

“Le cose che finiscono non sono il contrario delle cose che iniziano. Sono il loro prezzo.”

Andrea alzò lo sguardo verso il mare.

Poi tornò a casa.

E continuò a scrivere, senza sapere se qualcuno, un giorno, avrebbe letto quelle pagine.


Conclusione

Il doppio volto del futuro racconta la fragilità dell’esistenza umana e il coraggio necessario per vivere nonostante l’incertezza. Ogni scelta, ogni amore e ogni creazione sono scommesse sul possibile. Il futuro appare insieme promessa e minaccia, speranza e perdita. Eppure è proprio questa apertura verso ciò che non conosciamo a rendere viva l’esistenza.

La vita non si compie mai del tutto.

Continua.

Sempre.


*Spunto tratto dal 2^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo
 



Leggi anche: La filosofia raccontata (di Luigi Squeo)
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Diventa ciò che sei (di Luigi Squeo)

domenica 26 aprile 2026

Perché la filosofia è ancora fondamentale oggi (e perché i giovani la percepiscono inutile


 

Introduzione

Nel mondo contemporaneo, dominato da velocità, tecnologia e risultati immediati, la filosofia viene spesso percepita dai giovani come qualcosa di distante, astratto e poco utile. Ma questa percezione nasce da un equivoco: confondere l’utilità immediata con il valore reale.

Perché la filosofia sembra inutile ai giovani

Viviamo in una società orientata alla produttività e al pragmatismo. Ci viene insegnato a sviluppare competenze “spendibili”, a ottenere risultati concreti, a massimizzare l’efficienza.

In questo contesto:

  • ciò che non produce guadagno immediato sembra superfluo

  • il pensiero critico richiede tempo, mentre tutto intorno accelera

  • le domande profonde vengono sostituite da risposte rapide

La filosofia, al contrario, non offre scorciatoie. Non dà risposte facili, ma apre problemi. Ed è proprio questo che la rende apparentemente “inutile”.

Il valore della filosofia: ieri e oggi

Eppure, fin dalle sue origini, la filosofia è stata uno strumento per orientarsi nella complessità della vita.

Pensatori come Socrate basavano tutto sul dubbio e sul dialogo, convinti che una vita non esaminata non fosse degna di essere vissuta.

Platone immaginava la filosofia come un percorso per uscire dall’ignoranza, simboleggiato dal celebre mito della caverna.

Aristotele vedeva nella riflessione razionale il mezzo per raggiungere una vita piena e felice (eudaimonia).

E molti secoli dopo, Friedrich Nietzsche metteva in discussione le certezze della società, invitando a creare valori autentici in un mondo privo di punti fermi.

Perché la filosofia è più necessaria che mai

Oggi siamo sommersi da informazioni, opinioni e stimoli continui. In questo scenario, la filosofia non è un lusso: è uno strumento di sopravvivenza mentale.

La filosofia aiuta a:

  • sviluppare pensiero critico

  • distinguere tra verità e manipolazione

  • comprendere sé stessi e le proprie scelte

  • affrontare l’incertezza

In un’epoca di algoritmi e risposte automatiche, pensare in modo autonomo diventa un atto rivoluzionario.

Il vero problema: comunicazione e percezione

Il problema non è che la filosofia sia inutile. È che spesso viene insegnata o presentata come qualcosa di distante dalla vita reale.

Se viene ridotta a:

  • date da memorizzare

  • concetti astratti

  • autori da studiare senza contesto

è naturale che i giovani la rifiutino.

Ma quando la filosofia torna a essere ciò che è sempre stata — uno strumento per capire il mondo e sé stessi — diventa immediatamente attuale.

Conclusione

La filosofia non è inutile: è semplicemente scomoda. Richiede tempo, fatica e profondità in un mondo che spinge verso superficialità e velocità.

E forse il punto non è convincere i giovani della sua utilità.
È mostrare loro che senza strumenti per pensare, rischiano di vivere vite guidate da altri.

Pensare è difficile.
Ma smettere di farlo lo è molto di più — solo che ce ne accorgiamo troppo tardi.


Se vuoi saperne di più: 

Lo sguardo nel tempo della filosofia - (collana filosofica di Fabio Squeo

Leggi anche: La filosofia raccontata (di Luigi Squeo)
oppure


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