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giovedì 21 maggio 2026

Disphoria (poesia di Mario Cammarota)



Sanguinare dall'anima,

nel buio catatonico,

udire slabbrate,

indicibili,

inumane esclamazioni

che dall' etere più lungi,

dal mediano oriente,

scaricano mefitiche,

vili parole su corpi piegati,

inermi alla difesa d'una diversa civiltà...

 Terra d'Israele,

 popolo dai molti lutti,

perché ripeti offese che subisti,

perché, obliando il pianto prigioniero degli avi tuoi,

non allarghi il respiro alla rivolta, allo sdegno?

 Tua, ora, è la parola,

tuo il grido definitivo che in abbraccio denso alla verità,

porti compassione e consolo a chi inutilmente soffre

E virginale decoro alla tua stirpe..


Questa poesia è una meditazione dolorosa e accusatoria sulla guerra, sulla memoria storica e sulla responsabilità morale. 

Il tono è tragico, solenne, quasi profetico: il poeta non descrive semplicemente un conflitto, ma un crollo dell’umanità.

L’incipit — “Sanguinare dall’anima, / nel buio catatonico” — introduce subito una sofferenza interiore assoluta. Il dolore non è fisico ma spirituale, e il “buio catatonico” suggerisce paralisi, impotenza, smarrimento davanti all’orrore. 

Le “indicibili, inumane esclamazioni” che arrivano “dall’etere più lungi” evocano un coro di violenza e odio che attraversa il mondo contemporaneo: la parola umana diventa “mefitica”, velenosa, capace di colpire corpi già “piegati” e “inermi”.

La poesia assume poi una direzione esplicitamente storica e politica con l’invocazione alla “Terra d’Israele”

Qui il testo si fonda su un forte paradosso morale: un popolo che ha conosciuto persecuzioni e lutti rischia ora di ripetere le stesse forme di offesa subite in passato. 

Il verso: “perché ripeti offese che subisti”

è il centro etico della poesia. 

Non è solo una domanda politica, ma universale: chi ha sofferto dovrebbe essere più capace di compassione oppure può diventare, a sua volta, strumento di violenza?

Molto intensa è anche l’espressione:

“obliando il pianto prigioniero degli avi tuoi”

dove la memoria storica appare tradita. 

Gli “avi” rimandano evidentemente alla storia delle persecuzioni ebraiche; il “pianto prigioniero” rappresenta una sofferenza collettiva che avrebbe dovuto generare coscienza morale e invece sembra dimenticata.

Nell’ultima parte il tono cambia: dall’accusa si passa all’esortazione. 

Il poeta non condanna definitivamente, ma chiede una scelta diversa. 

Israele viene chiamata a usare la propria “parola” e il proprio “grido definitivo” non per perpetuare il conflitto, ma per abbracciare “verità”, “compassione” e “consolo”. 

È quasi un appello alla redenzione morale.

L’ultimo verso — “E virginale decoro alla tua stirpe” — è particolarmente significativo: il termine “virginale” richiama purezza, innocenza originaria, dignità non contaminata dalla vendetta. Il poeta sembra auspicare un ritorno a un’identità etica fondata non sulla forza, ma sulla pietà e sulla giustizia.

Dal punto di vista stilistico, il testo usa:

  • un lessico elevato e drammatico (mefitiche, obliando, stirpe);

  • forti immagini visionarie ed emotive;

  • enjambement che accentuano il senso di tensione e frattura;

  • un ritmo quasi liturgico, da invocazione o lamentazione biblica.

Nel complesso, è una poesia civile e morale, che riflette sul rischio eterno della storia: il dolore subito non garantisce automaticamente la capacità di non infliggerlo agli altri.

 


La sconvolgente verità di Sartre sulla libertà umana

 

Jean-Paul Sartre, uno dei più importanti filosofi del Novecento e principale esponente dell’esistenzialismo, descrive la condizione umana attraverso una metafora estremamente significativa: l’uomo è come uno scrittore costretto a comporre il romanzo della propria vita senza conoscere il finale e senza sapere se qualcuno lo leggerà.

Questa immagine racchiude il cuore del pensiero sartriano, secondo cui l’essere umano non possiede un destino già stabilito, né una natura definita prima della propria esistenza.

Al contrario, ogni individuo è libero di costruire sé stesso attraverso le proprie scelte, diventando l’autore della propria identità e del proprio percorso nel mondo.

Secondo Sartre, infatti, l’uomo non è un personaggio inserito in una storia già scritta da una volontà superiore o da un ordine universale immutabile. 

Non esiste un autore divino che abbia già deciso il significato della nostra vita, il nostro carattere o il nostro futuro.

L’essere umano nasce senza istruzioni precise, senza un copione prestabilito, e proprio per questo è costretto a scegliere continuamente chi essere.

Questa idea è espressa dalla celebre formula sartriana “l’esistenza precede l’essenza”: prima l’uomo esiste, poi, attraverso le proprie azioni, definisce ciò che è.

L’identità non è qualcosa di fisso o già dato, ma il risultato delle decisioni che ogni persona prende nel corso della propria vita.

La metafora del romanzo personale rende questo concetto particolarmente efficace. 

Ogni gesto, ogni scelta, persino ogni omissione rappresentano parole scritte nel libro unico della nostra esistenza.

Nessuno può vivere al posto nostro e nessuno può assumersi le nostre responsabilità. Ogni pagina viene scritta giorno dopo giorno, senza possibilità di cancellare ciò che è stato fatto.

In questo senso, la libertà dell’uomo è assoluta, ma anche profondamente impegnativa. 

Sartre parla infatti di una “condanna alla libertà”: l’uomo non può sottrarsi al dovere di scegliere. Anche il rifiuto di decidere è, in realtà, una scelta.

Tuttavia, questa libertà non deve essere interpretata come qualcosa di semplice o piacevole. 

Nel pensiero comune, essere liberi significa poter fare ciò che si desidera senza ostacoli, ma per Sartre la libertà è molto più complessa. 

Essa comporta responsabilità, incertezza e spesso anche angoscia.

L’uomo si trova da solo davanti alle proprie decisioni, senza poter contare su valori assoluti o regole universali che indichino sempre la strada giusta.

Ogni scelta diventa quindi un rischio, perché non esistono garanzie sul risultato finale. 

L’individuo deve assumersi interamente il peso delle conseguenze delle proprie azioni.

Questa condizione genera quello che Sartre definisce “angoscia esistenziale”.

L’uomo comprende di essere l’unico responsabile della propria vita e di non poter attribuire le proprie azioni al destino, alla natura o alla volontà divina. 

È una libertà radicale, che priva l’individuo di scuse e protezioni. 

Da qui nasce anche il senso di smarrimento tipico dell’esistenzialismo: l’essere umano vive in un mondo privo di significato prestabilito e deve creare autonomamente il proprio orizzonte di senso.

Non esiste una missione universale valida per tutti; ogni persona deve trovare il proprio modo di vivere e di dare valore alla propria esistenza.

Nonostante questo aspetto drammatico, Sartre considera la libertà anche come la più grande possibilità dell’uomo. 

Proprio perché nulla è già deciso, ciascuno ha la possibilità di reinventarsi continuamente.

La vita non è un percorso rigido e immutabile, ma una costruzione aperta, che dipende dalle nostre scelte. 

Se esistesse un significato superiore già fissato una volta per tutte, l’uomo sarebbe soltanto un personaggio passivo all’interno di una storia già definita. Invece, la mancanza di un copione rende autentica la nostra esistenza. 

Ogni decisione acquista valore proprio perché non è predeterminata.

La riflessione di Sartre invita quindi a prendere coscienza della responsabilità personale. Spesso gli individui cercano rifugio nelle abitudini, nelle convenzioni sociali o nelle aspettative degli altri per evitare il peso della libertà. 

Sartre definisce questo atteggiamento “malafede”: il tentativo di fingere di non essere liberi, nascondendosi dietro ruoli o giustificazioni. 

Tuttavia, secondo il filosofo, nessuno può davvero sfuggire alla propria libertà. Anche quando si segue passivamente ciò che fanno gli altri, si sta comunque scegliendo di comportarsi in quel modo.

In conclusione, la metafora del romanzo della vita esprime perfettamente il pensiero esistenzialista di Sartre. 

L’uomo è l’autore della propria esistenza: scrive ogni pagina attraverso le sue azioni, senza conoscere il finale e senza poter contare su un significato già stabilito. 

Questa libertà assoluta può generare paura e angoscia, perché costringe l’individuo ad assumersi pienamente la responsabilità delle proprie scelte. 

Allo stesso tempo, però, rappresenta anche la più grande possibilità dell’essere umano: quella di costruire autonomamente la propria identità e di dare un senso personale alla propria vita.

Per Sartre, dunque, vivere significa creare continuamente se stessi, trasformando ogni scelta in una parte fondamentale del proprio romanzo interiore.


*Spunto tratto dal 1^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 



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lunedì 18 maggio 2026

Il sogno contro il tempo: perché l’uomo non smette di inseguire ciò che perde

 

Il sogno rappresenta da sempre una delle esperienze più enigmatiche dell’esistenza umana. Esso appartiene al dominio dell’immaginazione, ma nello stesso tempo sembra custodire una verità profonda sulla natura dell’uomo e sul suo rapporto con il tempo.

Il sogno non è semplicemente come un’attività della mente durante il sonno, ma come una forma di resistenza contro il continuo fluire della realtà.

L’essere umano, infatti, vive immerso nel tempo e sperimenta continuamente la perdita: ogni istante appena vissuto scompare immediatamente, ogni volto amato cambia, ogni esperienza è destinata a dissolversi. 

Di fronte a questa precarietà, il sogno si configura come un tentativo di trattenere ciò che inevitabilmente fugge.

I sogni sono un esercizio di resistenza contro il fluire del tempo. Ciò rivela una concezione profondamente esistenziale dell’esperienza onirica. 

Il sogno non è evasione dalla realtà, ma al contrario nasce proprio dal desiderio di salvare qualcosa della realtà stessa. 

Ogni essere umano percepisce, almeno inconsciamente, la fragilità del presente: ciò che siamo oggi non lo saremo domani, e persino la nostra identità cambia continuamente.

L’uomo esiste “solo nell’istante che si consuma”, e questa consapevolezza genera inquietudine. 

Il tempo divora ogni cosa, trasformando il presente in passato. 

Per questo il sogno tenta di ricostruire ciò che è stato perduto, di restituire forma e vita a ciò che il tempo ha già trascinato via.

Nei sogni riappaiono infatti luoghi, persone e momenti che appartengono alla memoria. 

È significativa l’dea per la quale si dica che la “dimora che non possediamo più”. 

La casa rappresenta simbolicamente il luogo della stabilità, della sicurezza e dell’identità. 

Tuttavia nessuna dimora può essere davvero eterna: le case cambiano, si abbandonano, si perdono; allo stesso modo cambiano le relazioni, le abitudini e persino la percezione di sé. 

Il sogno cerca allora di ricomporre questa dimora perduta, creando uno spazio immaginario in cui ciò che nella realtà è frammentato può apparire ancora integro. 

In questo senso il sogno diventa un rifugio contro l’instabilità dell’esistenza.

Anche i volti delle persone amate assumono nei sogni un valore particolare. Nella vita reale ogni persona è soggetta al mutamento: il tempo modifica i corpi, allontana gli individui, interrompe le relazioni e infine conduce alla morte. 

Si direbbe che i volti sono continuamente minacciati dal loro stesso svanire. Questa immagine richiama la precarietà di ogni presenza umana. Nessuno può essere trattenuto definitivamente.

Eppure nei sogni le persone ritornano, spesso con una vividezza sorprendente, quasi sottratte alla legge del tempo. 

Il sogno permette allora di incontrare nuovamente chi non c’è più, di rivivere momenti conclusi, di sperimentare l’illusione di una presenza che nella realtà è ormai assente.

In questa prospettiva il sogno appare come una sospensione temporanea del divenire. L’esistenza ordinaria è caratterizzata dal movimento incessante: tutto cambia, tutto si trasforma.

Filosofi come Eraclito avevano già riconosciuto questa verità affermando che non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume, perché sia il fiume sia l’uomo cambiano continuamente. 

In sottofondo si mette in luce un desiderio opposto: la volontà di arrestare per un momento questo movimento continuo. 

Nel sogno l’uomo tenta di “fermare il transito del divenire”, cioè di creare uno spazio in cui le cose possano finalmente restare. È un desiderio impossibile, ma profondamente umano.

Questa tensione rivela infatti un bisogno fondamentale dell’essere umano: il desiderio di permanenza. L’uomo soffre perché tutto ciò che ama è destinato a finire. 

La bellezza appassisce, la giovinezza svanisce, le esperienze felici diventano ricordi. Da qui nasce la nostalgia della stabilità. 

Non si tratta soltanto di nostalgia per il passato, ma di un desiderio più radicale: il desiderio che qualcosa possa sottrarsi alla “corrosione del tempo”. 

Il sogno diventa così il simbolo di una più ampia aspirazione umana all’eternità.

Anche l’arte, la poesia e la memoria possono essere interpretate come forme di questa stessa resistenza. Gli uomini scrivono libri, dipingono quadri, costruiscono monumenti perché vogliono lasciare una traccia durevole della propria esistenza.

In fondo, ogni opera d’arte nasce dal tentativo di trasformare l’istante fugace in qualcosa che permane. 

Il sogno compie un’operazione simile, ma in modo più intimo e fragile: esso non produce oggetti concreti, bensì immagini interiori che cercano di salvare ciò che il tempo distrugge.

Tuttavia il sogno conserva sempre una natura ambigua. Pur offrendo l’illusione della permanenza, esso rimane effimero. 

Al risveglio le immagini oniriche svaniscono rapidamente, proprio come gli istanti della vita reale. 

In questo senso il sogno riflette perfettamente la condizione umana: il desiderio di eternità si scontra continuamente con il limite del tempo.

L’uomo può tentare di trattenere il passato, ma non può davvero arrestare il divenire. 

Eppure proprio questo tentativo, anche se destinato al fallimento, rivela la grandezza dell’esperienza umana. 

L’essere umano continua a cercare significato e permanenza pur sapendo che tutto è fragile.

In conclusione, il sogno appare come uno spazio di resistenza contro la dissoluzione della realtà, un luogo in cui l’uomo tenta di ricomporre ciò che ha perduto e di proteggere le presenze amate dall’oblio. 

Attraverso il sogno emerge la profonda nostalgia dell’essere umano per la stabilità e per una forma di eternità capace di vincere il fluire incessante del tempo. 

Sebbene questa aspirazione non possa mai realizzarsi pienamente, essa costituisce uno degli aspetti più autentici e universali della condizione umana.



*Spunto tratto dal 3^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo
 



Leggi anche: La filosofia raccontata (di Luigi Squeo)
oppure

Diventa ciò che sei (di Luigi Squeo)

martedì 12 maggio 2026

La Donna che Diceva di Parlare con i Morti

 

Il vento della sera attraversava lentamente gli ulivi di Paravati, portando con sé l’odore della terra umida e del mare lontano. Il piccolo paese sembrava sospeso fuori dal tempo, immerso in un silenzio antico che veniva interrotto soltanto dal canto dei grilli e dai passi lenti dei pochi abitanti ancora svegli.

Marta arrivò lì in una sera di ottobre.

Aveva trentadue anni, insegnava filosofia a Bologna e portava dentro di sé una stanchezza che non riusciva più a spiegare. Non era soltanto il lavoro, né la fine recente di una relazione. Era qualcosa di più profondo: una sensazione di vuoto, come se il mondo moderno avesse consumato ogni possibilità di mistero.

Negli ultimi anni aveva iniziato a leggere testi sulla spiritualità, sulle esperienze mistiche e sulle figure religiose del Novecento. 

Più studiava, però, più sentiva crescere una strana inquietudine. Possibile che l’essere umano avesse davvero perso ogni contatto con l’invisibile?

Fu una collega calabrese a parlarle per la prima volta di Natuzza Evolo.

«Non importa se credi o no» le aveva detto. «Quando arrivi a Paravati senti che qualcosa cambia.»

Marta aveva sorriso con scetticismo, ma quelle parole le erano rimaste dentro.

Così, mesi dopo, prese un treno verso sud.

La pensione in cui alloggiava era semplice. La proprietaria, una donna anziana con gli occhi chiari e il volto scavato dal sole, le servì una tisana calda e le chiese:

«È venuta per Natuzza?»

Marta esitò.

«Forse.»

La donna sorrise lentamente.

«Quasi tutti arrivano qui dicendo così.»

Quella notte Marta non riuscì a dormire. Uscì dalla stanza e camminò fino alla Fondazione Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime. La chiesa era chiusa, ma il cortile era illuminato da una luce tenue.

Sedette su una panchina.

Conosceva la storia di Natuzza Evolo: nata nel 1924 in una famiglia poverissima, quasi analfabeta, diventata nel tempo una delle figure mistiche più discusse d’Italia. 

Si parlava delle sue visioni, delle stimmate, delle presunte apparizioni della Madonna, dei dialoghi con i defunti.

Molti l’avevano considerata una santa. Altri una semplice donna suggestionata. Altri ancora un mistero impossibile da spiegare.

Marta, da filosofa, era abituata al dubbio.

Eppure lì, nel silenzio di quel luogo, sentiva qualcosa incrinare la propria razionalità.

Chiuse gli occhi.

Per un istante le sembrò di udire un coro lontano, quasi un sussurro.

Aprì gli occhi di scatto.

Nulla.

Solo il vento.

Il giorno seguente incontrò padre Lorenzo, un sacerdote anziano che aveva conosciuto Natuzza personalmente.

«Lei crede davvero alle sue visioni?» chiese Marta.

Il sacerdote rimase in silenzio per alcuni secondi.

«La domanda sbagliata è chiedersi se fossero vere nel senso materiale del termine.»

«E allora quale sarebbe la domanda giusta?»

«Capire cosa producessero nelle persone.»

Marta lo guardò incuriosita.

Padre Lorenzo continuò:

«La gente arrivava da lei distrutta. Persone che avevano perso figli, mariti, speranza. E uscivano diverse. Non sempre guarite. Ma meno sole.»

Camminarono lentamente nel giardino.

«Natuzza diceva che il dolore umano non rimane mai isolato. Diceva che ogni sofferenza attraversa il mondo intero.»

Quelle parole colpirono Marta con forza inattesa.

Le ricordavano qualcosa che aveva sempre percepito senza riuscire a formularlo.

«Lei vedeva davvero i morti?» chiese.

Padre Lorenzo sorrise.

«Non lo so. Ma forse la vera domanda è un’altra: perché gli esseri umani hanno così bisogno di sentirsi ancora in relazione con chi hanno perduto?»

Nei giorni successivi Marta parlò con molte persone del paese.

Una donna le raccontò che Natuzza aveva descritto dettagli della vita di suo padre impossibili da conoscere.  Un uomo disse di averla vista sanguinare durante la Settimana Santa.  Un altro ancora raccontò di aver trovato pace dopo anni di disperazione.

Ogni testimonianza sembrava oscillare continuamente tra realtà e leggenda. Ma il punto, lentamente, smise di essere stabilire cosa fosse accaduto davvero. Marta iniziò invece a chiedersi perché quelle esperienze continuassero a toccare così profondamente le persone.

Una sera tornò nel cortile della Fondazione. Il cielo era pieno di stelle.

Si sedette nello stesso punto della prima notte.

Pensò alla propria vita: ai rapporti interrotti, alle parole mai dette, alle persone perdute nel tempo. Si rese conto di aver sempre concepito sé stessa come un individuo separato, autonomo, quasi autosufficiente.

Ma forse era un’illusione.

Forse l’essere umano esiste soltanto attraverso le relazioni che lo attraversano.

Forse era questo il nucleo più profondo delle visioni di Natuzza.

Non tanto la capacità soprannaturale di vedere l’aldilà, ma l’intuizione che nessuno vive davvero da solo.

Che i vivi continuano a portare dentro di sé i morti. Che il dolore degli altri modifica anche noi. Che l’amore sopravvive in forme che la ragione fatica a contenere. Marta rimase seduta a lungo.

A un certo punto percepì una presenza alle proprie spalle.

Si voltò. Non c’era nessuno.

Eppure non ebbe paura.

Per la prima volta dopo anni sentì qualcosa di diverso dalla semplice solitudine. Come se il confine tra sé stessa e gli altri fosse diventato improvvisamente più sottile.

Le tornarono in mente alcune parole attribuite a Natuzza:

“L’anima non smette di amare.”

Quelle parole la attraversarono lentamente.

Capì allora che forse il mistero non consisteva nel dimostrare scientificamente le visioni, ma nel riconoscere che la vita umana contiene dimensioni che sfuggono al puro calcolo razionale.

Il mondo moderno aveva insegnato agli individui a pensarsi come isole.

Natuzza, invece, sembrava ricordare il contrario: che ogni vita è legata alle altre, che ogni sofferenza produce eco invisibili, che l’esistenza è una trama fragile di presenze, assenze e memoria.

Quando Marta lasciò Paravati, qualche giorno dopo, non era diventata improvvisamente credente. Continuava ad avere dubbi e a interrogarsi.

Ma qualcosa dentro di lei era cambiato. Aveva compreso che il mistero non è necessariamente il contrario della ragione.

A volte è semplicemente ciò che la ragione non riesce a esaurire.

Dal finestrino del treno guardò scorrere lentamente gli ulivi e le colline della Calabria.

Pensò a tutte le persone che cercano segni, visioni, presenze.

Forse, concluse, non cercano davvero prove dell’aldilà.

Cercano piuttosto la conferma di non essere soli nel mondo.

E forse è proprio qui che nasce il bisogno umano del sacro:
nel desiderio profondo che l’amore, la memoria e le relazioni non finiscano completamente con la morte.

Il sole tramontava lentamente dietro il mare.

Marta chiuse gli occhi.

Per un istante le sembrò ancora di sentire quel coro lontano.

Questa volta, però, non cercò di capire da dove provenisse.

Lasciò semplicemente che esistesse.



*Spunto tratto dal 3^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 


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Diventa ciò che sei (di Luigi Squeo)

domenica 3 maggio 2026

Luce al margine della vita


Arturo non seppe mai dire quando aveva iniziato a uscire dal centro della vita. Non ci fu un evento preciso, ma una lenta sottrazione: gli sguardi che prima si fermavano ora scorrevano oltre, le parole che un tempo accendevano le conversazioni cadevano senza eco. 
Non era rifiuto, né ostilità. Era qualcosa di più sottile: come se il mondo continuasse, ma senza più includerlo davvero.

Un tempo, Arturo non pensava a sé come a un corpo. Era slancio, possibilità, futuro. Ora, invece, si scopriva a guardarsi nello specchio e a vedere non tanto un volto invecchiato, ma un volto che non prometteva più nulla. 

E capì che la differenza non era nell’età, ma nella direzione: prima la sua esistenza era apertura, ora era memoria.

Cominciò a osservare gli altri. I giovani, soprattutto. Non li invidiava. Li vedeva. Nei loro gesti c’era qualcosa che andava oltre la bellezza: una coincidenza naturale con il movimento della vita. 

Non si limitavano a esistere; erano attraversati da qualcosa che li proiettava avanti. Nei loro sguardi non c’era peso, nei loro gesti non c’era esitazione. Non portavano ancora il tempo, lo generavano.

Una sera, al parco, vide due ragazzi seduti vicini. Uno sfiorò il volto dell’altro con leggerezza. Arturo comprese che quel gesto non era semplicemente affetto: era segno di un inizio, promessa di qualcosa che ancora non era accaduto. 

Pensò alle proprie mani, agli stessi gesti compiuti anni prima. Ora, se li avesse ripetuti, non avrebbero avuto lo stesso significato. Non sarebbero stati promessa, ma ricordo.

Fu allora che iniziò a ritirarsi. Non per scelta, ma perché restare gli sembrava sempre più innaturale. E la cosa più difficile non fu la perdita delle abitudini, ma quella dello sguardo. 

Nessuno lo guardava più davvero. Non con intenzione. Semplicemente, non lo vedevano. E in quel non essere visto, Arturo avvertì qualcosa di inquietante: come se esistere dipendesse, almeno in parte, dall’essere riconosciuti.

Un funerale gli rese chiaro ciò che intuiva. Ascoltando le parole pronunciate su un uomo morto, capì che non si trattava di descriverlo, ma di mantenerlo. 

La memoria non conservava il passato: lo produceva. Il morto viveva solo finché qualcuno lo ricordava. Era una seconda vita, fragile, dipendente.

Questo lo portò a interrogarsi: cosa resta quando nessuno guarda più? Quando anche la memoria si spegne?

Ne parlò con Elena, che come lui sembrava ormai ai margini. «Forse non usciamo dalla vita» disse lei. «Usciamo da una forma della vita. Quella che ha bisogno di essere vista.»

Quella frase rimase in lui.

Col tempo, Arturo smise di cercare di rientrare. Non si oppose più al processo. Osservò. E lentamente, qualcosa cambiò. La perdita dello sguardo non fu più solo privazione, ma spazio. Uno spazio in cui non era più necessario apparire.

Un giorno, fermo in una strada quasi vuota, accadde qualcosa. Non fu un pensiero, ma una condizione. Non c’era più bisogno di essere qualcuno. Non c’era più tensione verso il riconoscimento. C’era solo presenza.

Per un istante, Arturo non era né dentro né fuori dalla vita. Esisteva  semplicemente.

E quel momento bastò a cambiare tutto.

Capì allora che ciò che aveva temuto — lo svanire — non era la fine, ma il passaggio. La vita non lo stava abbandonando. Stava semplicemente continuando altrove. E lui, nel suo ritirarsi, non usciva dalla vita, ma dalla sua forma visibile.

Un mattino, seduto su una panchina, guardò il mondo senza confrontarsi più con esso. 

I giovani, gli alberi, il vento — tutto appariva senza gerarchia. Non c’era più centro, né margine.

La vita non apparteneva a nessuno.

Non era nei giovani, né nei vecchi.

Era nel suo continuo apparire e scomparire.

E noi, pensò, siamo solo le forme che attraversa. Quando queste forme si consumano, la vita non finisce. Si sposta.

E quando anche la forma si dissolve, non resta il nulla. Resta ciò che non ha mai avuto bisogno di essere visto per esistere.

Arturo si alzò e se ne andò. Non verso qualcosa, ma senza più bisogno di appartenere.


*Spunto tratto dal 2^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 



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Diventa ciò che sei (di Luigi Squeo)

mercoledì 29 aprile 2026

Il bene che non si può portare via (Racconto ispirato dai Frammenti di filosofia di Fabio Squeo)

 

Quando Elia nacque, il primo suono che sentì non fu una voce, ma un respiro.

Non era il suo. Era quello di sua madre, lungo, irregolare, faticoso. Un respiro che sembrava trattenere qualcosa, come se ogni inspirazione fosse una decisione e ogni espirazione una resa. Molti anni dopo, quando Elia avrebbe provato a ricordare il senso originario della vita, non gli sarebbe tornata in mente un’immagine, ma proprio quella vibrazione invisibile: il ritmo fragile e ostinato di qualcosa che insiste a rimanere.

Crescendo, imparò i nomi delle cose: tavolo porta, albero, cane, uomo.

Ma nessuno gli insegnò mai la parola più importante: vita. Non perché fosse segreta, ma perché era ovunque. E ciò che è ovunque, spesso, non si vede.

Il paese delle cose

Elia viveva in un paese che non aveva nulla di speciale, e proprio per questo sembrava completo. Le case erano costruite con pietre antiche, i tetti bassi trattenevano il caldo d’estate e il freddo d’inverno, e ogni strada portava inevitabilmente a un luogo già conosciuto.

Gli abitanti avevano una convinzione semplice: il mondo era fatto di cose, e le cose avevano valore.

C’era chi accumulava monete, chi terreni, chi oggetti tramandati da generazioni. C’era chi custodiva lettere, fotografie, ricordi incorniciati. Ciascuno aveva il proprio modo di dire: “Questo è mio.”

Il padre di Elia era un uomo silenzioso che possedeva poco, ma quel poco lo difendeva con una determinazione quasi feroce. Ogni attrezzo aveva un posto preciso, ogni oggetto una funzione. Nulla doveva andare perso.

“Le cose sono ciò che resta,” diceva spesso.

Elia non capiva del tutto, ma annuiva.

L’incontro

Un giorno, quando aveva dodici anni, incontrò un uomo che non possedeva nulla. Stava seduto vicino alla fontana, con le mani vuote e lo sguardo tranquillo. Non chiedeva elemosina, non parlava, non sembrava aspettare niente. Elia si avvicinò per curiosità.

“Perché non hai niente?” gli chiese, senza malizia.

L’uomo sorrise. “Ho tutto ciò che posso avere.”

Elia guardò attorno. Non c’era nulla.

“Ma non hai oggetti.”

“È vero.”

“Allora non hai nulla.”

L’uomo inclinò leggermente la testa, come se stesse ascoltando una musica lontana.

“Respiri?” chiese.

Elia annuì.

“Credi che questo è qualcosa o è niente?”

Il ragazzo rimase in silenzio.

“Le cose,” continuò l’uomo, “sono come ombre. Indicano qualcosa di più grande. Ma la gente spesso scambia l’ombra per la realtà.”

Elia non capì subito. Ma quella frase rimase dentro di lui, come un seme.

Il primo distacco

Qualche anno dopo, la madre di Elia si ammalò. All’inizio fu solo stanchezza. Poi vennero i giorni in cui non si alzava dal letto, e le notti in cui il suo respiro tornava a essere quello che Elia, senza saperlo, aveva già conosciuto alla nascita.

Il padre iniziò a portare medici, erbe, oggetti ritenuti utili. Riempì la casa di strumenti, di cure, di tentativi.

“Dobbiamo salvarla,” ripeteva.

Elia osservava tutto, ma sentiva crescere dentro di sé una domanda muta: cosa significa salvare?

Una sera, la madre lo chiamò. “Vieni qui,” disse con voce sottile.

Elia si sedette accanto a lei. “Guarda le mie mani,” disse.

Erano leggere, quasi trasparenti.

“Queste mani hanno fatto tante cose. Hanno costruito, cucinato, accarezzato. Ma non sono queste mani che sono importanti.”

Elia trattenne il respiro.

“Ciò che conta,” continuò lei, “è ciò che le faceva muovere.”

“L’amore?” chiese lui.

Lei sorrise. “Ancora più semplice.”

“Cos’è?”

“La vita.” Rispose.

Il momento

La notte in cui morì, non ci fu alcun segno spettacolare.

Nessuna luce improvvisa, nessun suono misterioso. Solo un momento preciso in cui il respiro si fermò. Elia era lì. Vide il passaggio, ma non riuscì a definirlo. Non c’era qualcosa che usciva, non c’era qualcosa che entrava. C’era solo un’assenza improvvisa. Il corpo era lo stesso. Le mani erano le stesse. Il volto, quasi identico. Eppure, tutto era diverso.

Il padre pianse. Poi si alzò e cominciò a sistemare gli oggetti della stanza. Come se, mettendo ordine nelle cose, potesse recuperare qualcosa.

Elia rimase immobile. Per la prima volta capì qualcosa che non aveva mai imparato: ciò che rendeva tutto prezioso non era più lì.

Il paradosso

Nei giorni successivi, le persone portarono doni: cibo, fiori, parole.

La casa si riempì di oggetti e gesti. Ma Elia sentiva una contraddizione.

Tutto ciò che arrivava sembrava importante, eppure non toccava il punto centrale.

Una sera, tornando alla fontana, trovò di nuovo l’uomo senza cose.

“È morta,” disse Elia.

L’uomo annuì, come se lo sapesse già.

“Tutti dicono che bisogna conservare i suoi ricordi, le sue cose, “continuò il ragazzo. “Ma lei non è lì.”

“No,” rispose l’uomo.

“Allora perché lo fanno?”

“Perché è difficile accettare che il bene più grande non possa essere trattenuto.”

Elia abbassò lo sguardo.

“Quindi tutto ciò che abbiamo… non è davvero nostro?”

“È tuo finché vivi.”

“E poi?”

“Poi resta nel mondo, ma non per te.”

Il viaggio

Passarono gli anni. Elia lasciò il paese. Non lo fece per ribellione, ma per necessità. Sentiva che la risposta alla domanda che lo abitava non si trovava tra le cose che aveva sempre conosciuto.

Viaggiò attraverso città dove la ricchezza era esibita come una vittoria, e altre dove la povertà era vissuta come una condanna. Ovunque trovava la stessa convinzione: il valore risiedeva negli oggetti, nei risultati, nelle conquiste.

E ovunque vedeva la stessa paura: la paura di perdere.

Un mercante molto ricco, con tanto orgoglio, gli disse: “Ho tutto ciò che desidero”.

Elia lo guardò. “Puoi tenere tutto questo per sempre?”

Il mercante rise. “Nessuno può.”

“Allora non è davvero tuo,” disse Elia.

L’uomo si irritò e con voce decisa, disse: “È mio finché vivo.”

“Esatto.” Elia annuì.

La scoperta

Col tempo, Elia iniziò a vedere con chiarezza. Non erano le cose a essere preziose. Era la relazione vivente che le rendeva tali.

Una pietra, per sé, non è nulla. Ma nelle mani di un bambino può diventare un tesoro. Una casa, per sé, è solo struttura. Ma abitata, diventa mondo. Il valore non stava nelle cose, ma nel vivere che le attraversava. E allora comprese il paradosso più profondo: l’unico bene reale era anche il più fragile.

Il ritorno

Dopo molti anni, Elia tornò al suo paese. Trovò le stesse case, le stesse strade, ma meno volti conosciuti. Alcuni erano morti, altri partiti.

La casa del padre era ancora lì. Entrò. Gli oggetti erano quasi gli stessi, ma qualcosa era cambiato. Non nel loro aspetto, ma nel modo in cui apparivano. Il padre, ormai anziano, lo accolse senza parole.

Si sedettero insieme e gli disse: “Ho cercato di conservare tutto, ma non è servito.”

Elia annuì.

“Perché?” domandò il padre.

“Perché ciò che volevi conservare non era nelle cose.”

Il padre lo guardò, e per la prima volta sembrò comprendere.

L’ultima domanda

Ormai vecchio, Elia si ritrovò a riflettere su tutto ciò che aveva visto.

Se la vita è il bene originario, pensava, allora tutto il resto è solo partecipazione.

E se è così, allora la perdita della vita è la perdita totale.

Ma proprio lì, nel punto più radicale, emergeva una nuova domanda.

È possibile che il bene fondamentale sia destinato a scomparire?

Oppure esiste una forma di vita che non può essere perduta?

Elia non cercava più risposte complesse, si limitava a osservare il respiro, il movimento, la presenza.

Capì che la vita non era qualcosa che possedeva, ma qualcosa che accadeva. Non era un oggetto, ma una condizione.

E forse, pensò, proprio per questo non poteva essere ridotta alla sua perdita.

L’ultima notte, mentre il suo respiro si faceva lento, ricordò quello di sua madre. Lo stesso ritmo. La stessa fragilità. Questa volta, però, invece di paura, comprese con chiarezza: se la vita è il bene originario, allora non può essere solo ciò che appare e scompare.

Quando il respiro si fermò, non ci fu alcun segno visibile.

Come sempre. Eppure, qualcosa rimase. Non nelle cose, non negli oggetti, ma in ciò che continua a rendere ogni cosa possibile.



*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 



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