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giovedì 16 luglio 2026

Jean Piaget e l’intelligenza artificiale: cosa direbbe oggi il padre della psicologia dell’apprendimento?



L’avvento dell’intelligenza artificiale rappresenta una delle trasformazioni più profonde del nostro tempo. 

Strumenti come ChatGPT, i sistemi di apprendimento automatico, gli algoritmi predittivi e le reti neurali stanno modificando il modo in cui lavoriamo, studiamo, comunichiamo e perfino pensiamo. 

Di fronte a questa rivoluzione tecnologica, è interessante interrogarsi su come uno dei più importanti studiosi dello sviluppo cognitivo, Jean Piaget, avrebbe interpretato il fenomeno.

Piaget (1896-1980), psicologo, epistemologo e filosofo svizzero, dedicò la sua vita a comprendere come si sviluppa l’intelligenza umana. 

Le sue teorie hanno influenzato profondamente la pedagogia, la psicologia e le scienze cognitive. Sebbene non abbia mai conosciuto l’intelligenza artificiale contemporanea, le sue idee offrono ancora oggi strumenti preziosi per riflettere sui limiti e sulle potenzialità delle macchine intelligenti.

Che cos’è l’intelligenza secondo Piaget?

Per comprendere il confronto con l’intelligenza artificiale occorre partire dalla concezione piagetiana dell’intelligenza.

Piaget non considerava l’intelligenza come una semplice capacità di accumulare informazioni. Per lui essa era soprattutto una forma di adattamento all’ambiente.

L’essere umano conosce il mondo attraverso due processi fondamentali:

  • Assimilazione, mediante la quale integra nuove informazioni negli schemi mentali già esistenti.

  • Accomodamento, attraverso cui modifica i propri schemi quando la realtà non corrisponde alle aspettative.

L’intelligenza nasce quindi dall’equilibrio dinamico tra questi due processi.

Un bambino non apprende semplicemente ricevendo dati. Costruisce progressivamente la propria conoscenza attraverso l’interazione con il mondo. L’apprendimento è un processo attivo, non passivo.

Questa visione costruttivista costituisce uno dei punti più interessanti nel confronto con l’intelligenza artificiale.

L’IA apprende davvero?

A prima vista sembrerebbe di sì.

I moderni sistemi di machine learning vengono addestrati su enormi quantità di dati e migliorano progressivamente le proprie prestazioni. Un algoritmo può imparare a riconoscere immagini, tradurre lingue, giocare a scacchi o generare testi complessi.

Tuttavia Piaget probabilmente ci inviterebbe a distinguere tra apprendimento statistico e costruzione della conoscenza.

Quando un bambino vede un cane per la prima volta, non si limita a registrare dati visivi. Costruisce gradualmente il concetto stesso di “cane”, integrandolo nella propria esperienza del mondo.

Un sistema di intelligenza artificiale, invece, elabora correlazioni matematiche tra enormi quantità di informazioni. Non possiede un’esperienza vissuta dell’oggetto che identifica.

Se una rete neurale riconosce un cane in una fotografia, ciò non significa che comprenda realmente cosa sia un cane.

Dal punto di vista piagetiano, la vera conoscenza implica una relazione attiva con la realtà, non una semplice elaborazione di dati.

-          Leggi: L’intelligenza artificiale tra servizio e apprendimento: il delicato equilibrio tra utilità, responsabilità e uso dei dati degli utenti

L’intelligenza artificiale e l’assimilazione

Un aspetto interessante è che alcuni meccanismi dell’IA ricordano superficialmente il processo di assimilazione descritto da Piaget.

Quando un modello linguistico riceve nuove informazioni, tende a interpretarle attraverso strutture già presenti nel proprio addestramento.

Anche gli esseri umani fanno qualcosa di simile.

Ogni nuova esperienza viene inizialmente interpretata alla luce delle conoscenze precedenti.

La differenza è che, nell’uomo, questo processo è accompagnato da emozioni, intenzioni, desideri, motivazioni e bisogni.

L’assimilazione umana è inseparabile dalla vita concreta del soggetto.

L’IA, invece, opera attraverso procedure matematiche prive di esperienza soggettiva.

Possiamo quindi parlare di una somiglianza funzionale, ma non di una vera equivalenza.

L’accomodamento: il punto critico

Ancora più interessante è il confronto con il concetto di accomodamento.

Per Piaget, quando il bambino incontra qualcosa che non riesce a spiegare con gli schemi esistenti, è costretto a modificarli.

È proprio questa tensione tra ciò che sappiamo e ciò che scopriamo a generare lo sviluppo cognitivo.

L’intelligenza artificiale contemporanea può aggiornare i propri parametri e migliorare le proprie prestazioni, ma non sperimenta realmente una crisi cognitiva.

Non prova stupore.

Non prova dubbio.

Non prova frustrazione.

Non possiede quella dimensione esistenziale che, secondo Piaget, è alla base dell’evoluzione dell’intelligenza umana.

L’errore, per una macchina, è semplicemente uno scarto matematico da correggere.

Per un essere umano, invece, l’errore può diventare una trasformazione profonda della propria visione del mondo.

-          Leggi: Può esistere una coscienza artificiale?

Le fasi dello sviluppo cognitivo e le macchine

Piaget individuò quattro principali stadi dello sviluppo dell’intelligenza:

  1. Stadio senso-motorio.
  2. Stadio preoperatorio.
  3. Stadio delle operazioni concrete.
  4. Stadio delle operazioni formali.

Ogni fase rappresenta una conquista progressiva nella capacità di comprendere la realtà.

Un aspetto fondamentale è che l’intelligenza nasce dal corpo.

Il bambino esplora il mondo toccando, afferrando, muovendosi, cadendo e rialzandosi.

La conoscenza emerge dall’esperienza fisica.

Questo elemento pone una questione cruciale per l’intelligenza artificiale.

Le moderne IA operano quasi esclusivamente in ambienti digitali.

Non hanno un corpo.

Non sentono il caldo.

Non percepiscono il dolore.

Non fanno esperienza della gravità.

Non conoscono la fame, la stanchezza o la paura.

Piaget probabilmente sosterebbe che senza questa dimensione incarnata manca una componente fondamentale dell’intelligenza autenticamente umana.

L’illusione della comprensione

Uno degli aspetti più sorprendenti dei moderni chatbot è la loro capacità di produrre testi convincenti.

Spesso sembrano comprendere il significato delle parole.

Ma comprendere davvero significa molto più che generare una risposta plausibile.

Piaget distingueva nettamente tra il possesso di una risposta e la costruzione del concetto che la rende possibile.

Un bambino che recita una formula matematica senza comprenderla non possiede realmente quella conoscenza.

Allo stesso modo, una macchina può produrre una spiegazione corretta senza possedere alcuna consapevolezza del suo significato.

Questa osservazione richiama anche le celebri riflessioni del filosofo contemporaneo John Searle, autore dell’esperimento mentale della “stanza cinese”.

Secondo Searle, manipolare simboli non equivale a comprenderli.

Piaget probabilmente avrebbe condiviso almeno in parte questa critica.

Educazione e intelligenza artificiale

Il confronto tra Piaget e l’IA diventa particolarmente importante nel campo dell’istruzione.

Sempre più studenti utilizzano sistemi di intelligenza artificiale per studiare, scrivere testi o risolvere problemi.

Questo fenomeno offre grandi opportunità ma anche rischi significativi.

Dal punto di vista piagetiano, il vero apprendimento richiede partecipazione attiva.

Uno studente che riceve passivamente una risposta perfetta potrebbe non sviluppare realmente le proprie capacità cognitive.

L’intelligenza artificiale può diventare un potente strumento educativo solo se stimola la riflessione, il confronto e la scoperta personale.

Se sostituisce completamente lo sforzo cognitivo, rischia invece di indebolire il processo di costruzione della conoscenza.

Piaget ci ricorderebbe che imparare non significa ottenere una risposta corretta, ma trasformare il proprio modo di pensare.

Leggi: Intelligenza artificiale e scuola

Creatività e immaginazione

Un altro punto centrale riguarda la creatività.

Le moderne IA possono generare immagini, racconti, poesie e musica.

Tuttavia la loro creatività differisce profondamente da quella umana.

Per Piaget, la creatività nasce dall’interazione tra esperienza, immaginazione e sviluppo cognitivo.

Essa è il risultato di una storia personale.

Ogni essere umano crea a partire dalla propria esistenza concreta.

L’IA, invece, combina e riorganizza modelli presenti nei dati di addestramento.

Pur producendo risultati sorprendenti, non possiede una biografia, una memoria vissuta o un progetto esistenziale.

La differenza non è quantitativa ma qualitativa.

Piaget e il futuro dell’umanità digitale

Se Piaget potesse osservare il mondo contemporaneo, probabilmente non vedrebbe l’intelligenza artificiale come una minaccia assoluta.

La considererebbe piuttosto una nuova sfida per comprendere meglio la natura dell’intelligenza.

Paradossalmente, l’IA ci costringe a porci domande fondamentali:

  • Che cosa significa conoscere?

  • Che cosa significa comprendere?

  • Che cosa distingue il pensiero umano dal calcolo automatico?

  • È possibile un’intelligenza senza coscienza?

  • È possibile una conoscenza senza esperienza?

Sono domande che attraversano tutta la filosofia contemporanea e che oggi diventano sempre più urgenti.

Conclusione

L’opera di Jean Piaget continua a offrire una prospettiva straordinariamente attuale nell’epoca dell’intelligenza artificiale.

Mentre le macchine diventano sempre più capaci di elaborare informazioni e simulare comportamenti intelligenti, Piaget ci invita a non confondere il trattamento dei dati con la costruzione della conoscenza.

Per il grande psicologo svizzero, l’intelligenza non è una semplice capacità computazionale. È un processo vivente che nasce dall’interazione tra individuo e ambiente, tra esperienza e riflessione, tra errore e scoperta.

Le moderne IA possono imitare alcuni aspetti del pensiero umano, ma non possiedono ancora quella dimensione incarnata, affettiva e trasformativa che caratterizza lo sviluppo cognitivo dell’uomo.

Forse la lezione più importante che Piaget può offrirci oggi è questa: l’intelligenza autentica non consiste nel trovare rapidamente una risposta, ma nel trasformarsi attraverso le domande. 

Ed è proprio questa capacità di cambiare sé stessi, più che di elaborare dati, che continua a distinguere l’essere umano dalle sue più sofisticate creazioni tecnologiche.


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