Nel silenzio assiduo delle nostre stanze illuminate da schermi freddi, la tecnica ha cessato di essere un semplice strumento per diventare il vero soggetto del nostro destino. Ma quando l'efficienza sostituisce il senso e la connettività soffoca il pensiero, ci accovacciamo nell'ombra di un nichilismo che non grida, non protesta, ma si limita a funzionare. È l'inquietante parabola di un'umanità che, avendo conquistato il mondo intero, rischia di smarrire l'anima.
Nel panorama del pensiero contemporaneo, poche analisi sanno radiografare la condizione dell'uomo occidentale con la stessa spietata lucidità di quella elaborata da Umberto Galimberti attorno al nichilismo e alla tecnica.
Quando osserviamo la giovinezza di oggi, o più in generale la nostra quotidianità smarrita in un fluire ininterrotto di stimoli digitali e produttivi, avvertiamo che qualcosa di profondo si è spezzato nella continuità della trasmissione culturale.
Non siamo di fronte a una semplice crisi passeggera, a un temporaneo disagio giovanile o a una devianza sociale che l'educazione tradizionale possa facilmente correggere.
Il nichilismo di cui parla Galimberti, richiamando la lezione nietzschiana ma declinandola nell'era dei dispositivi e dell'iperconnessione, non è un'ideologia pessimistica e neppure una scelta di campo filosofica; è lo zoccolo duro della nostra civiltà, l'atmosfera stessa che respiriamo senza neppure accorgercene.
Il nichilismo si compie nel momento in cui i valori supremi perdono valore, non perché qualcuno li abbia confutati o abbattuti con la forza della polemica, ma perché la struttura del mondo moderno ha reso superflua la loro stessa esistenza.
In questo scenario desolato, la tecnica non è più uno strumento neutro che l'uomo maneggia a proprio piacimento per raggiungere fini umanistici, economici o politici.
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Al contrario, la tecnica è diventata il nuovo soggetto della storia, il grande apparato planetario che impone le sue regole, i suoi ritmi e la sua logica implacabile a ogni dimensione dell'esistenza umana.
L'uomo, che per secoli si è illuso di essere il dominatore incontrastato della natura e il fabbro del proprio destino attraverso la ragione strumentale, si ritrova a essere semplicemente funzionario di questo apparato, un ingranaggio intercambiabile la cui unica funzione è l'efficienza, la prestazione e il funzionamento ottimale del sistema.
È qui che si insinua la figura inquietante descritta dal filosofo, un ospite che bussa alla porta della nostra coscienza e che non ha un volto umano, perché il suo volto coincide con la totalità del mondo tecnicizzato.
L'ospite è inquietante proprio perché non fa paura nel senso comune del termine, ma perché ci risulta familiare e incomprensibile al tempo stesso; abita le nostre case, si siede alle nostre tavole sotto forma di smartphone, di computer, di algoritmi predittivi e di imperativi di produttività, colonizzando i nostri sogni e le nostre aspettative.
La tecnica non vuole la felicità dell'uomo, non persegue la verità e non si interroga sulla giustizia; la tecnica vuole unicamente se stessa, vuole la propria autoriproduzione e il proprio potenziamento illimitato in un orizzonte dove l'unico criterio di giudizio è la fattibilità.
Ciò che si può fare, si deve fare; ciò che è tecnicamente possibile diventa inevitabilmente eticamente lecito e storicamente necessario. In questa morsa di ferro, le vecchie agenzie educative, a partire dalla famiglia e dalla scuola, si rivelano tragicamente impotenti.
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Esse continuano a parlare un linguaggio umanistico fatto di ideali, di passioni, di progetti esistenziali e di moralità, mentre i giovani, che di questo umanesimo avvertono l'effettiva inutilità pratica, si rifugiano in un silenzio opaco, in un'assenza di senso che non è ribellione politica ma pura e semplice disaffezione al vivere.
I ragazzi non protestano più contro il sistema perché non riescono nemmeno a immaginarne uno alternativo; avvertono confusamente che la loro vita è già stata interamente pre-programmata da logiche economiche e tecnologiche che li precedono e li sovrastano.
Il disagio giovanile, che spesso si manifesta come depressione, come incapacità di provare dolore autentico o come esplosione di un'aggressività cieca e immotivata, è in realtà la spia di un'asfissia spirituale.
Quando il mondo è interamente ridotto a scambio di informazioni, a performance misurabili e a consumo accelerato, l'anima perde il suo spazio d'ascolto.
La scuola stessa, inseguendo il delirio aziendalista delle competenze, delle schede di valutazione e dell'efficienza meritocratica, ha abdicato al suo compito originario, che non era quello di produrre forza lavoro docile e specializzata per il mercato globale, ma di offrire ai giovani le parole per nominare il dolore, la bellezza, il limite e la morte.
Senza il senso del limite, la vita perde ogni consistenza tragica e si trasforma in una sequenza piatta di eventi casuali in cui nulla ha davvero importanza.
Il nichilismo compiuto coincide dunque con l'estinzione dell'esperienza interiore, sostituita da un flusso continuo di comunicazione che non comunica nulla se non la necessità di rimanere connessi.
L'individuo contemporaneo è sovraccarico di dati ma privo di pensieri; possiede una potenza tecnologica smisurata ma è radicalmente impotente sul piano del senso.
La tecnica ci ha dato il benessere materiale, la longevità, la velocità e la connettività globale, ma in cambio ci ha tolto la terra sotto i piedi, espropriandoci del tempo della riflessione, del silenzio e della contemplazione.
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Uscire da questo vicolo cieco richiede un atto di coraggio intellettuale che non può consistere in una nostalgica e impossibile marcia indietro verso un passato rurale o pre-tecnologico che non esiste più.
Non si tratta di demonizzare la tecnica in nome di un umanesimo ingenuo, ma di comprendere lucidamente che la macchina non ha etica e che l'etica deve essere inventata ex novo là dove la tecnica dispiega la sua massima potenza.
Bisogna tornare a pensare l'essere al di là della categoria del fare e del produrre, riscoprendo la dimensione della gratuità, dell'arte, della poesia e dell'amore come unici antidoti possibili all'aridità del calcolo.
Fino a quando continueremo a delegare alla scienza e alla tecnica la risposta alle domande fondamentali sull'uomo, l'ospite inquietante continuerà a abitare le nostre stanze, ricordandoci, attraverso il silenzio e lo smarrimento dei nostri figli, che un mondo che ha smarrito il senso del proprio cammino ha smarrito anche la ragione stessa della propria sopravvivenza spirituale.
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Fonti bibliografiche:
- Galimberti, Umberto. L'ospite inquietante. Il nichilismo e la giovinezza. Milano, Feltrinelli, 2007.
- Galimberti, Umberto. Psiche e techne. L'uomo nell'età della tecnica. Milano, Feltrinelli, 1999.

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