mercoledì 21 ottobre 2026

Sherry Turkle: la tecnologia ci avvicina o ci rende più soli?

✦ Chiave di lettura:

La tecnologia ci connette continuamente, ma ci rende davvero più vicini? Sherry Turkle, studiosa del rapporto tra esseri umani e innovazione digitale, analizza il paradosso della solitudine nell'era della comunicazione permanente, interrogandosi su come smartphone, social network e intelligenza artificiale stiano trasformando la nostra identità, l'empatia e le relazioni umane.


La tecnologia ha trasformato profondamente il nostro modo di vivere, comunicare e costruire relazioni. 

Oggi possiamo parlare con persone che si trovano dall'altra parte del mondo, condividere esperienze in tempo reale e ottenere risposte immediate a moltissime domande. 

Gli smartphone ci accompagnano in ogni momento della giornata, i social network ci permettono di mantenere centinaia di contatti e l'intelligenza artificiale è ormai in grado di sostenere conversazioni sempre più articolate. 

Eppure, proprio mentre aumentano le possibilità di comunicazione, emerge una contraddizione che merita di essere approfondita: siamo davvero più vicini agli altri oppure stiamo imparando a vivere una nuova forma di solitudine?

È intorno a questa domanda che si sviluppa il pensiero di Sherry Turkle, sociologa e psicologa statunitense che da decenni studia il rapporto tra esseri umani e tecnologie digitali. 

Professoressa al Massachusetts Institute of Technology, Turkle ha dedicato gran parte della propria attività di ricerca alle conseguenze psicologiche e sociali dell'introduzione dei computer, di Internet, dei robot sociali e dei sistemi di intelligenza artificiale nella vita quotidiana.

La sua riflessione non consiste in una semplice condanna delle innovazioni tecnologiche. 

Turkle riconosce che gli strumenti digitali possono ampliare le nostre possibilità, facilitare la comunicazione e offrire opportunità di apprendimento. 

Il suo interesse si concentra soprattutto su un problema più profondo: che cosa accade alla nostra identità, alla nostra capacità di ascoltare e al nostro bisogno di relazioni quando affidiamo una parte crescente della nostra vita alle macchine?

Per comprenderne il pensiero è necessario partire da un'idea fondamentale: la tecnologia non cambia soltanto ciò che facciamo, ma può modificare anche il modo in cui pensiamo, sentiamo e interpretiamo noi stessi.

Una delle prime opere importanti di Sherry Turkle è The Second Self: Computers and the Human Spirit, pubblicata nel 1984. 

In questo libro la studiosa esamina il significato psicologico che i computer assumono nella vita delle persone e il modo in cui il loro utilizzo influenza la nostra concezione della mente e dell'identità.

Il computer, infatti, non è soltanto uno strumento destinato a eseguire operazioni matematiche, elaborare informazioni o automatizzare attività. 

È anche un oggetto attraverso il quale riflettiamo sulle nostre capacità intellettuali. 

Quando osserviamo una macchina risolvere un problema, ricordare informazioni o elaborare grandi quantità di dati, siamo portati a confrontare il suo funzionamento con quello della nostra mente.

Questo confronto può essere stimolante, ma può anche generare equivoci. 

Se interpretiamo l'intelligenza esclusivamente come capacità di elaborare informazioni, rischiamo di trascurare altre dimensioni dell'esperienza umana, come l'immaginazione, la sensibilità, la coscienza e la capacità di attribuire significato alle nostre esperienze.

Una macchina può eseguire un calcolo con una velocità straordinaria, ma la vita umana non si esaurisce nella capacità di risolvere problemi. 

Una decisione importante, per esempio, non dipende sempre dalla disponibilità di un numero sufficiente di dati. Può coinvolgere valori morali, ricordi personali, responsabilità e sentimenti che non sono facilmente traducibili in un procedimento automatico.

La tecnologia diventa quindi uno specchio nel quale osserviamo noi stessi, ma uno specchio che può restituirci un'immagine parziale della nostra natura.

Questa intuizione è particolarmente importante oggi, nell'epoca dell'intelligenza artificiale. 

I sistemi generativi possono produrre testi convincenti, riconoscere schemi complessi e rispondere a domande articolate. 

Tuttavia, la capacità di generare risposte appropriate non dimostra, da sola, che una macchina possieda coscienza o viva emozioni nel senso umano del termine.

La domanda posta da Turkle rimane perciò attuale: mentre cerchiamo di costruire macchine sempre più intelligenti, siamo anche capaci di comprendere meglio che cosa significhi essere umani?

Nel 1995 Turkle pubblica Life on the Screen: Identity in the Age of the Internet, un'opera dedicata al rapporto tra identità personale e ambienti digitali.

Internet ha aperto nuove possibilità di espressione. Attraverso forum, comunità virtuali e piattaforme di comunicazione, le persone possono sperimentare modi differenti di presentarsi agli altri, condividere interessi e costruire relazioni al di fuori dei limiti geografici e sociali tradizionali.

Queste possibilità possono avere effetti positivi. Una persona timida, per esempio, può trovare nella comunicazione online uno spazio nel quale esprimere pensieri che faticherebbe a manifestare direttamente. 

Chi vive in un ambiente isolato può entrare in contatto con persone che condividono i suoi interessi. Chi attraversa un momento difficile può trovare comunità capaci di offrire ascolto e sostegno.

Ma la libertà di costruire la propria immagine presenta anche alcune ambiguità.

Sui social network possiamo selezionare le fotografie da pubblicare, decidere quali aspetti della nostra vita mostrare e modificare il modo in cui raccontiamo le nostre esperienze. 

Non siamo necessariamente falsi quando lo facciamo: ogni forma di comunicazione comporta una selezione delle informazioni. 

Il problema nasce quando la rappresentazione pubblica diventa più importante dell'esperienza reale.

Pensiamo alla differenza tra una giornata vissuta e una giornata raccontata online. Nella prima possono esserci stanchezza, dubbi, piccoli fallimenti e momenti di noia. 

Nella seconda tendiamo spesso a privilegiare le immagini più gradevoli, i successi e le occasioni felici.

Quando confrontiamo la nostra vita quotidiana con le rappresentazioni selezionate degli altri, possiamo avere l'impressione che tutti siano più felici, più interessanti o più realizzati di noi.

Si crea così una distanza tra ciò che viviamo e ciò che riteniamo di dover mostrare.

La riflessione di Turkle ci invita a interrogarci su un aspetto essenziale dell'identità: quanto del nostro valore dipende da ciò che siamo realmente e quanto, invece, dall'approvazione che riceviamo?

Se abbiamo continuamente bisogno di conferme esterne per sentirci soddisfatti, rischiamo di trasformare la nostra identità in un progetto destinato a ottenere consenso. 

Invece di domandarci se una scelta ci renda felici, possiamo cominciare a chiederci se sarà apprezzata dagli altri.

La tecnologia, in questo caso, non crea necessariamente il bisogno di riconoscimento, che è profondamente umano, ma può renderlo più visibile, misurabile e continuo.

Il libro più conosciuto di Turkle è probabilmente Alone Together: Why We Expect More from Technology and Less from Each Other, pubblicato nel 2011.

Il titolo, traducibile come Insieme, ma soli, esprime una delle contraddizioni fondamentali della società contemporanea. 

Possiamo essere continuamente connessi agli altri e, nello stesso tempo, sentirci isolati.

Immaginiamo alcune persone sedute allo stesso tavolo di un ristorante. Sono fisicamente vicine, ma ciascuna controlla il proprio telefono. 

Una risponde a un messaggio, un'altra guarda un video, una terza consulta i social network. 

Ogni tanto qualcuno alza lo sguardo, ma l'attenzione torna rapidamente allo schermo.

Questa scena non significa che gli smartphone siano sempre dannosi. Possiamo usarli per condividere qualcosa con chi è presente, cercare informazioni utili o mantenere un contatto importante. 

Il problema emerge quando la connessione digitale interrompe continuamente la relazione che abbiamo davanti.

Secondo l'analisi di Turkle, una ragione di questa preferenza risiede nel fatto che la comunicazione digitale può apparire più controllabile della conversazione diretta.

Quando scriviamo un messaggio, possiamo scegliere le parole, cancellarle, correggerle e inviarle soltanto quando ci sentiamo pronti. Possiamo evitare una risposta immediata e prenderci del tempo per riflettere. 

In una conversazione faccia a faccia, invece, dobbiamo confrontarci con reazioni imprevedibili, emozioni visibili e domande che non avevamo previsto.

Una persona può contraddirci, manifestare disappunto o chiedere spiegazioni. Non possiamo controllare completamente ciò che accade e dobbiamo imparare ad affrontare l'incertezza.

Proprio questa imprevedibilità costituisce una parte importante della relazione umana.

Se ci abituiamo a privilegiare soltanto le forme di comunicazione che possiamo controllare, rischiamo di perdere gradualmente la disponibilità ad affrontare le difficoltà del dialogo reale.

La solitudine, in questa prospettiva, non coincide necessariamente con l'assenza di contatti. 

Possiamo ricevere decine di messaggi ogni giorno e non sentirci veramente compresi. 

Possiamo avere molti amici virtuali senza trovare qualcuno con cui parlare liberamente delle nostre paure.

Essere connessi non significa automaticamente essere in relazione. 

La relazione richiede attenzione, reciprocità e disponibilità a riconoscere l'altro come una persona autonoma, con sentimenti e bisogni che non coincidono necessariamente con i nostri.

Nel libro Reclaiming Conversation: The Power of Talk in a Digital Age, pubblicato nel 2015, Turkle approfondisce il valore della conversazione in una società caratterizzata dalla presenza costante dei dispositivi digitali.

La sua riflessione parte da una distinzione importante: comunicare non significa necessariamente conversare.

Possiamo comunicare inviando un messaggio, pubblicando una fotografia o lasciando un commento. 

Conversare, invece, significa entrare in uno scambio nel quale siamo disposti ad ascoltare, rispondere, chiarire e, se necessario, modificare il nostro punto di vista.

Una conversazione autentica non è semplicemente una successione di frasi. È un'esperienza nella quale le persone possono scoprire qualcosa di nuovo l'una dell'altra e, talvolta, anche di se stesse.

Pensiamo a un adolescente che racconta ai genitori una difficoltà vissuta a scuola. Se questi continuano a guardare lo smartphone mentre lui parla, possono anche sentire le sue parole, ma trasmettono indirettamente un messaggio: ciò che stai dicendo non merita tutta la mia attenzione.

Al contrario, interrompere temporaneamente le proprie attività e ascoltare senza affrettarsi a giudicare significa riconoscere l'importanza dell'esperienza altrui.

Questo vale nelle famiglie, nelle amicizie, nei rapporti sentimentali e negli ambienti professionali. Molti conflitti non nascono soltanto dalle differenze di opinione, ma dalla sensazione di non essere ascoltati.

La conversazione ci aiuta anche a sviluppare il pensiero critico. Quando discutiamo con una persona che ha idee diverse dalle nostre, dobbiamo spiegare meglio ciò che pensiamo, riconoscere eventuali contraddizioni e prendere in considerazione argomenti che non avevamo valutato.

Se ci limitiamo a interagire con persone che confermano le nostre convinzioni, rischiamo invece di trasformare la comunicazione in un esercizio di autocompiacimento.

Turkle attribuisce particolare importanza anche ai silenzi. Non ogni momento vuoto deve essere riempito da una notifica o da un contenuto digitale. 

A volte, una pausa permette a una persona di trovare le parole per esprimere un sentimento difficile.

Recuperare la conversazione significa dunque recuperare il tempo necessario per ascoltare, riflettere e accettare che l'altro possa sorprenderci.

Nella società contemporanea la solitudine viene spesso considerata una condizione negativa da evitare. 

Quando ci troviamo da soli, possiamo sentire immediatamente il bisogno di prendere il telefono, controllare i messaggi o cercare qualcosa da guardare.

La disponibilità continua di stimoli digitali rende possibile occupare quasi ogni momento della giornata.

Turkle invita a distinguere tra la solitudine dolorosa, che può derivare dall'isolamento e dalla mancanza di relazioni significative, e la capacità di stare temporaneamente soli senza sentirsi abbandonati.

Quest'ultima può essere importante per la maturazione psicologica.

Quando siamo soli e non cerchiamo subito una distrazione, possiamo osservare i nostri pensieri, comprendere meglio le nostre emozioni e ripensare alle esperienze vissute. 

Possiamo riconoscere che alcune insicurezze non dipendono soltanto dagli altri, ma anche dalle nostre aspettative e dal modo in cui interpretiamo gli avvenimenti.

Questo processo non è sempre piacevole. Talvolta ci mette di fronte a decisioni sbagliate, relazioni insoddisfacenti o desideri che non abbiamo il coraggio di ammettere.

Eppure, senza la possibilità di ascoltarci, rischiamo di dipendere eccessivamente dalle conferme esterne.

Se abbiamo bisogno di ricevere continuamente messaggi per sentirci importanti, approvazioni per sentirci accettati o risposte immediate per calmare ogni incertezza, la nostra stabilità emotiva può diventare fragile.

La capacità di stare con se stessi, invece, permette di costruire relazioni più mature. 

Non significa rinunciare agli affetti o diventare autosufficienti in ogni circostanza. Significa poter stare con gli altri senza pretendere che la loro presenza riempia ogni vuoto interiore.

In questo senso, la solitudine può diventare uno spazio di libertà, riflessione e conoscenza personale.

L'empatia è un altro tema centrale nella riflessione di Turkle. Comprendere una persona non significa necessariamente condividere le sue opinioni, ma cercare di riconoscere il suo punto di vista e prendere sul serio la sua esperienza.

La comunicazione digitale può facilitare l'espressione di alcuni sentimenti, soprattutto quando una persona trova difficile parlare direttamente. Un messaggio scritto con attenzione può essere una forma autentica di vicinanza.

Tuttavia, la comunicazione mediata da uno schermo può anche privarci di elementi importanti: il tono della voce, le espressioni del viso, le esitazioni e i silenzi che accompagnano le parole.

Una frase apparentemente neutra può nascondere tristezza, imbarazzo o rabbia. Senza ulteriori elementi, possiamo interpretarla in modo sbagliato.

La questione diventa ancora più interessante quando l'intelligenza artificiale produce risposte che sembrano empatiche.

Un chatbot può riconoscere espressioni linguistiche associate alla sofferenza e formulare una risposta rassicurante. Può aiutare una persona a mettere ordine nei propri pensieri o a considerare una situazione da una prospettiva diversa.

Ma produrre una risposta empatica non equivale necessariamente a provare empatia. La macchina può generare un linguaggio appropriato senza che ciò dimostri l'esistenza di un'esperienza emotiva paragonabile a quella umana.

Questa distinzione non rende automaticamente inutile l'interazione con l'intelligenza artificiale. Ci invita, piuttosto, a comprendere che cosa possiamo ragionevolmente aspettarci da essa.

Una relazione umana comporta reciprocità, responsabilità e riconoscimento dell'autonomia dell'altro. L'interlocutore non esiste soltanto per rispondere ai nostri bisogni: possiede una propria storia, proprie emozioni e proprie esigenze.

È questa dimensione della relazione che dobbiamo proteggere, anche quando utilizziamo strumenti tecnologici per comunicare.

Turkle ha studiato anche i robot sociali, cioè dispositivi progettati per interagire con le persone attraverso la voce, i gesti e comportamenti che ricordano quelli degli esseri viventi.

leggi: come la tecnica ha cambiato il modo di pensare

Un robot può simulare attenzione, rispondere alle parole di un bambino o offrire compagnia a una persona anziana. 

Di fronte a questi comportamenti, possiamo sviluppare un legame emotivo con il dispositivo pur sapendo che si tratta di una macchina.

Questo fenomeno rivela qualcosa di importante sulla natura umana. Siamo predisposti a riconoscere segnali sociali e a reagire a essi. 

Quando un oggetto sembra ascoltarci e rispondere alle nostre esigenze, possiamo attribuirgli qualità che normalmente associamo alle persone.

Un dispositivo di assistenza può essere utile per ricordare appuntamenti, facilitare alcune attività quotidiane e favorire l'autonomia. Il problema nasce quando viene presentato come sostituto completo delle relazioni umane.

Pensiamo a una persona anziana che vive da sola. Un robot può offrirle un aiuto concreto, ma non dovrebbe diventare una ragione per ridurre le visite dei familiari o l'assistenza personale.

La tecnologia può sostenere la cura, ma non dovrebbe trasformarsi in un alibi per rinunciare alla responsabilità verso gli altri.

La questione non è rifiutare ogni innovazione, bensì stabilire quali bisogni possano essere soddisfatti efficacemente da una macchina e quali richiedano necessariamente una presenza umana.

Le riflessioni di Turkle sono diventate particolarmente attuali con la diffusione dei chatbot e dei sistemi di intelligenza artificiale conversazionale.

Questi strumenti possono sostenere dialoghi articolati, rispondere in modo personalizzato e utilizzare un linguaggio che appare sensibile alle emozioni dell'interlocutore.

Il rischio consiste nel confondere la disponibilità di una risposta rassicurante con l'esistenza di una relazione affettiva reciproca.

Un chatbot è accessibile in qualsiasi momento, non manifesta la stanchezza tipica delle persone e può sembrare sempre disposto ad ascoltare. Per chi attraversa una fase di solitudine, queste caratteristiche possono essere rassicuranti.

L'intelligenza artificiale può offrire un supporto per organizzare i pensieri, comprendere un problema o prepararsi a una conversazione difficile. Non ogni forma di interazione con una macchina è necessariamente negativa.

Il problema emerge quando la facilità del rapporto artificiale induce a evitare progressivamente le relazioni reali.

Le persone possono dissentire, fraintenderci o reagire in modo inatteso. 

Dobbiamo imparare a gestire queste difficoltà se vogliamo costruire legami profondi. 

Un sistema artificiale, invece, può apparire più facilmente controllabile e adattabile alle nostre aspettative.

Se preferiamo sistematicamente le relazioni nelle quali non dobbiamo affrontare il rischio del dissenso, potremmo perdere occasioni importanti per sviluppare la pazienza, la capacità di negoziare e il rispetto delle differenze.

La relazione umana non consiste soltanto nel ricevere risposte adeguate ai nostri bisogni. Significa riconoscere che l'altro possiede una propria autonomia e non è presente esclusivamente per soddisfarci.

È questa una delle questioni etiche più importanti sollevate dal pensiero di Turkle: come possiamo utilizzare le tecnologie intelligenti senza rinunciare alla complessità delle relazioni umane?

Il pensiero di Turkle non deve essere interpretato come una condanna generale della tecnologia. 

Gli strumenti digitali possono ampliare le nostre conoscenze, favorire l'incontro tra persone lontane e rendere accessibili opportunità che un tempo erano riservate a pochi.

Il problema riguarda il modo in cui li utilizziamo e le aspettative che sviluppiamo nei loro confronti.

Uno smartphone può aiutarci a mantenere un rapporto con un amico lontano, ma può anche distrarci continuamente dalle persone presenti. 

L'intelligenza artificiale può aiutarci a comprendere un argomento complesso, ma non dovrebbe diventare automaticamente il sostituto di ogni confronto umano.

leggi: il monito di Geoffrey Hinton

Per questo motivo, Turkle ci invita a non giudicare il progresso esclusivamente in base all'efficienza.

Una tecnologia può essere rapida, economica e conveniente senza essere necessariamente la soluzione migliore per ogni esigenza. 

Se automatizza un'attività ripetitiva, il vantaggio può essere evidente. Se invece viene utilizzata per sostituire sistematicamente l'ascolto di una persona fragile, occorre valutare anche le conseguenze relazionali.

Il progresso dovrebbe migliorare la nostra vita senza sacrificare le capacità che rendono significativa l'esistenza: la curiosità, l'immaginazione, l'empatia, il pensiero critico e la disponibilità a incontrare chi è diverso da noi.

La domanda fondamentale non è quindi se dobbiamo accettare o rifiutare la tecnologia, ma come possiamo mantenerne il controllo senza lasciare che siano le sue caratteristiche a determinare tutte le nostre abitudini.

Le riflessioni di Turkle possono diventare uno stimolo concreto per modificare alcune abitudini quotidiane.

Possiamo cominciare dall'attenzione. Quando siamo con un'altra persona, siamo davvero presenti oppure controlliamo continuamente lo schermo? 

Dedicare attenzione a qualcuno significa riconoscere che il suo tempo e le sue parole hanno valore.

Possiamo poi recuperare alcuni momenti di solitudine consapevole, senza cercare immediatamente una distrazione. 

Anche una breve passeggiata senza telefono, un momento di lettura o qualche minuto di silenzio possono aiutarci a ritrovare il contatto con i nostri pensieri.

Un'altra possibilità consiste nel privilegiare le conversazioni autentiche quando affrontiamo questioni importanti. 

Un messaggio può essere utile per comunicare un'informazione, ma alcuni conflitti e alcune esperienze emotive richiedono un dialogo più approfondito.

Infine, possiamo interrogarci sul nostro rapporto con l'intelligenza artificiale. La utilizziamo per ampliare le nostre possibilità di conoscenza oppure cominciamo ad affidarle anche quelle esperienze che richiedono la presenza e la responsabilità di un'altra persona?

Non esistono risposte uguali per tutti. La tecnologia può essere utilizzata in modi differenti e non ogni situazione richiede un incontro faccia a faccia. Ciò che conta è mantenere la consapevolezza delle nostre scelte, evitando che le abitudini digitali diventino automatiche.

Concludendo, il pensiero di Sherry Turkle ci invita a riflettere su una questione decisiva per il nostro tempo: mentre costruiamo strumenti sempre più capaci di rispondere ai nostri bisogni, siamo ancora disposti ad affrontare la complessità delle relazioni umane?

Possiamo comunicare con persone lontane, accedere a una quantità enorme di informazioni e utilizzare sistemi intelligenti per risolvere problemi complessi. 

Tuttavia, nessuna di queste conquiste elimina automaticamente il bisogno di essere ascoltati, riconosciuti e compresi.

Il paradosso della connessione permanente consiste proprio in questo: possiamo moltiplicare i contatti senza approfondire i legami, ricevere numerose risposte senza sentirci compresi e avere sempre qualcuno con cui interagire senza riuscire a superare la solitudine.

La lezione di Turkle non è quella di abbandonare il mondo digitale, ma di imparare a viverci senza delegargli interamente la nostra vita emotiva.

Significa utilizzare le macchine senza confonderle con le persone, apprezzare la comodità senza trasformarla in una fuga dalle difficoltà e riconoscere che il dialogo autentico richiede una disponibilità che nessuna innovazione può garantire al posto nostro.

In un'epoca in cui le tecnologie diventano sempre più capaci di imitare il linguaggio umano, dovremmo riscoprire il valore di ciò che non può essere ridotto alla produzione di una risposta: la presenza, l'ascolto, la responsabilità e il coraggio di condividere con un'altra persona anche ciò che non sappiamo ancora comprendere.

La vera sfida non consiste nello scegliere tra esseri umani e macchine, ma nel fare in modo che la tecnologia rimanga al servizio della vita umana, anziché diventare il modello attraverso il quale ridefiniamo ogni relazione.


Continua a leggere articoli sul tema

oppure 

Consulta l'atlante della tecnologia e IA


Fonti e approfondimenti

  1. Sherry Turkle, The Second Self: Computers and the Human Spirit (1984). Un'indagine sul significato psicologico dei computer e sul rapporto tra tecnologia e identità. 
  2. Sherry Turkle, Life on the Screen: Identity in the Age of the Internet (1995). Un'analisi dell'identità personale e delle possibilità di espressione negli ambienti digitali.
  3. Sherry Turkle, Alone Together: Why We Expect More from Technology and Less from Each Other (2011). Un'opera sul paradosso della connessione permanente e sul rischio della solitudine digitale.
  4. Sherry Turkle, Reclaiming Conversation: The Power of Talk in a Digital Age (2015). Un approfondimento sul valore della conversazione, dell'ascolto e del dialogo nella società digitale. 
  5. Sherry Turkle, The Empathy Diaries: A Memoir (2021). Un'opera autobiografica che intreccia l'esperienza personale della studiosa con le sue riflessioni sulla tecnologia e sull'empatia.
  6. Sherry Turkle, Artificial Intimacy: Who Do We Become When We Talk to Machines? (2026). Un approfondimento recente sul rapporto tra esseri umani, chatbot e intimità artificiale. Verificare i dati bibliografici e la disponibilità dell'edizione prima della pubblicazione.

1 commento:

  1. La lettura di questo articolo è stata molto interessante e fonte di riflessione, ti ringrazio.
    Nella mia esperienza credo che l' uso continuo dei dispositivi digitali ci disconnette dal senso di realtà, dove la realtà è fatta di una componente fisica ed emozionale preponderante ed essenziale. Non sto dicendo che ilmmondo virtuale sia il male, ma che il suo uso ci allontana inesorabilmente dall' essenza umana. Possiamo comunicare comunque senza esserci detti nulla, possiamo imparare tanto senza aver compreso realmente lo stato d'animo dell' altra persona. Come posso conoscere e comprendere appieno qualcuno se non vedo i suoi occhi, non ascolto la sua voce, non presto attenzione al tono usato, alle sue espressioni del viso, a come gesticola, alle sue pause e ai suoi silenzi? Il mondo digitale non consente per fortuna tutto ciò. Non ci pone in relazione ma in connessione e ci lascia privi di contatto, mi riferisco al contatto umano, perché di contatti virtuali siamo subissati. Inoltre ci allontaniamo anche dal nostro essere, dalla nostra essenza, dalla nostra identità. Come facciamo a capire chi siamo se non percepiamo la nostra anima? Se non l' ascoltiamo insieme alle profondità che ci richiede insieme al corpo? Per non parlare della capacità di articolare un pensiero critico, elaborato, creativo, unico, inimitabile, pur errato ma squisitamente solo nostro. Pensato da noi. Scritto da noi. Espresso da noi. Temiamo forse di essere giudicati per i nostri pensieri imperfetti? Oppure temiamo di non saper gestire le nostre nudita', le nostre incertezze? Non sono forse queste le meraviglie che ci distinguono dalle macchine? I nostri errori, le nostre fragilità, la nostra umanità, la capacità di mettere in discussione e revisionare un pensiero, il sentire emozioni e sentimenti e soprattutto la possibilità di esprimerli in qualsiasi modo, senza aver paura di sembrare fallibili. Lo siamo, evviva! Lasciamo l' uso dell' IA ad un eventuale lavoro ripetitivo e la comunicazione digitale allo scambio di informazioni, ma non consentiamo di essere sostituiti come esseri umani vivi e vitali da algoritmi. Nelle relazioni, nel nostro esserci, nelle nostre funzionalità. In biologia tutto ciò che viene perso come funzione, viene sostituito. Non è un caso che si assiste sempre più frequentemente al presentarsi di autismo funzionale precoce in bambini posti davanti ad uno schermo invece che al volto dei loro genitori, alla gestione della frustrazione del loro pianto, agli abbracci e ai baci e alle loro emozioni non accolte. Senza pensare che il mondo digitale sia il diavolo, rendiamoci conto l' umanità ha bisogno di essere coltivata, curata, allevata e non alienata. Più vita reale, vera, vissuta, con l' anima e il corpo. Più contatto reale ed immersione in natura, più conoscenza legata al sapere costruito e consolidato nel tempo e sicuramente più tempo dedicato ai rapporti autentici, quelli che ci arricchiscono come persone, come uomini e donne e non come esseri competenti e compiacenti.

    RispondiElimina