lunedì 12 ottobre 2026

L'intelligenza artificiale ci ruberà il lavoro? La risposta del saggio di Oxford Carl Frey

✦ Chiave di lettura

L'intelligenza artificiale cancellerà milioni di professioni o inaugurerà un'era di prosperità mai vista prima? Di fronte al grande dilemma del nostro tempo, Carl Benedikt Frey – economista e storico di Oxford – ci invita a superare le banali tifoserie tra apocalittici e tecno-ottimisti. Guardando agli ultimi tre secoli di storia industriale, la sua analisi rivela una verità cruciale: la tecnologia non decide da sola il nostro futuro, ma ridefinisce i rapporti di potere ed economia in base alle scelte politiche che decidiamo di compiere.


Ogni volta che una nuova tecnologia fa il suo ingresso nel mondo della produzione, la società tende a dividersi in due finti schieramenti contrapposti. 

Da un lato troviamo i tecno-ottimisti, pronti a scommettere che l'innovazione porterà inevitabilmente a un'era di prosperità condivisa, liberando l'umanità dalla fatica. 

Dall'altro si schierano i profeti di sventura, certi che le macchine cancelleranno milioni di posti di lavoro, condannando le masse a una disoccupazione strutturale e definitiva. 

Carl Benedikt Frey, storico dell'economia e professore all'Università di Oxford, rifiuta con decisione questa narrazione binaria. 

Il suo contributo scientifico, diventato celebre a partire dal cruciale studio del 2013 condotto insieme a Michael Osborne sulla vulnerabilità dei lavori all'automazione, offre una prospettiva ben più profonda, complessa e storicamente radicata. 

Per capire dove ci sta portando l'intelligenza artificiale, suggerisce Frey, dobbiamo smettere di guardare soltanto al domani e iniziare a comprendere come la tecnologia ha ridefinito il potere politico ed economico negli ultimi tre secoli.

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L'illusione dell'inevitabilità e la natura dell'innovazione

Il cuore della filosofia economica di Frey si fonda su un'osservazione storico-analitica fondamentale: il progresso tecnologico non garantisce affatto un benessere automatico per tutti. 

La convinzione che la tecnologia favorisca sempre i lavoratori nel lungo periodo è una generalizzazione fuorviante, nata dall'esperienza eccezionale della metà del Novecento. 

Attraverso la sua opera monumentale "La trappola della tecnologia", Frey dimostra che l'impatto di un'innovazione dipende interamente dalla sua natura intrinseca. 

L'autore distingue nettamente tra tecnologie abilitanti e tecnologie sostitutive.

Le tecnologie abilitanti, o integrative, sono strumenti che aumentano la produttività dei lavoratori esistenti, rendendo le loro competenze più preziose. 

Quando un chirurgo utilizza uno strumento robotico ad alta precisione o un architetto sfrutta un software di progettazione avanzato, la tecnologia non sta sostituendo l'essere umano; ne sta potenziando le capacità professionali. 

In questi casi, i salari tendono a salire, la domanda di lavoro aumenta e la prosperità si diffonde rapidamente attraverso la società.

Al contrario, le tecnologie sostitutive sono concepite per eliminare del tutto il fattore umano da determinate mansioni. 

La macchina a vapore, la tela meccanica e le prime catene di montaggio industriali non servivano ad aiutare gli artigiani specializzati, ma a rimpiazzarli con macchinari complessi gestiti da manodopera non qualificata o infantile, riducendo drasticamente i costi di produzione. 

Quando le tecnologie sostitutive prendono il sopravvento, il capitale guadagna terreno mentre il lavoro perde potere contrattuale, innescando prolungati periodi di disuguaglianza ed emarginazione sociale.

La lezione della Rivoluzione Industriale e il "Pausa di Engels"

Per comprendere il nostro presente dominato dagli algoritmi, Frey invita a rileggere la prima Rivoluzione Industriale britannica. 

L'adozione su larga scala delle macchine nelle fabbriche tra la fine del Settecento e la metà dell'Ottocento portò a un incremento senza precedenti della produttività e della ricchezza complessiva del Regno Unito. 

Tuttavia, per oltre sette decenni, i salari reali della classe lavoratrice rimasero del tutto stagnanti, mentre le condizioni di vita e di lavoro nelle città industriali peggiorarono drasticamente.

Questo fenomeno, noto tra gli storici dell'economia come la "Pausa di Engels", dimostra che una tecnologia sostitutiva può richiedere generazioni prima di produrre benefici tangibili per la maggior parte della popolazione. 

Durante quel periodo di transizione, i profitti dei proprietari delle fabbriche e dei capitani d'industria volarono alle stelle, mentre gli artigiani spodestati videro distrutto il valore dei propri mestieri. 

Non sorprende che questa fase abbia generato tensioni sociali violente, simboleggiate dal movimento luddista, in cui i lavoratori distruggevano i telai meccanici non per una cieca avversione alla scienza, ma nel disperato tentativo di proteggere i propri mezzi di sussistenza e il proprio status sociale.

Frey mette in guardia contro il rischio di sottovalutare la reazione politica e sociale alla tecnologia. 

Se i costi dell'automazione ricadono su un gruppo ristretto ma visibile di cittadini, mentre i benefici sono diffusi e dilazionati nel tempo, la resistenza sociale all'innovazione diventerà ferocemente intensa. 

Nel corso della storia, il progresso tecnologico è stato bloccato più volte da sovrani e governi spaventati dalle rivolte popolari, dimostrando che la tecnologia non avanza mai in un vuoto politico, ma è costantemente plasmata dalle dinamiche di potere della società.

L'era dell'intelligenza artificiale e la nuova geografia del lavoro

L'analisi di Frey assume un'urgenza ancora maggiore di fronte all'avvento dell'intelligenza artificiale e dei modelli di apprendimento automatico. 

Lo studio originale di Frey e Osborne stimava che il quarantasette per cento dei posti di lavoro negli Stati Uniti fosse ad alto rischio di automazione nei decenni successivi. 

Sebbene quella percentuale venisse spesso interpretata in modo catastrofico dai media come una stima della disoccupazione futura, la tesi di Frey è molto più sfumata: quel dato indicava quali mansioni fossero potenzialmente automatizzabili dal punto di vista tecnico, non quante sarebbero state effettivamente cancellate dal mercato.

L'aspetto più rivoluzionario dell'intelligenza artificiale moderna risiede nel fatto che non si limita a sostituire il lavoro manuale o di routine, ma penetra nei settori cognitivi e nelle professioni ad alto reddito che in passato si ritenevano inattaccabili. 

La scrittura di codice, la redazione di contratti legali, la diagnosi medica preliminare e la creazione di contenuti mediali stanno affrontando una trasformazione profonda. 

Tuttavia, Frey sottolinea che l'esito finale di questa trasformazione dipende ancora una volta dalla direzione che sceglieremo di imprimere allo sviluppo tecnologico.

Un altro tassello centrale del pensiero di Frey riguarda la geografia dell'innovazione. 

L'automazione e la digitalizzazione non hanno reso il mondo piatto, come molti sociologi avevano previsto all'inizio dell'era di Internet. 

Al contrario, hanno concentrato la ricchezza e le opportunità in poche metropoli globali ad altissima densità di competenze, lasciando indietro vaste regioni industriali e rurali. 

Questa spaccatura geografica ed economica ha creato una profonda polarizzazione politica, alimentando movimenti populisti e risentimento sociale nelle comunità che si sentono dimenticate dal progresso.

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Scelte politiche e governance della transizione

A differenza dei deterministi tecnologici, i quali credono che la tecnologia segua un binario autonomo al quale la società deve semplicemente adattarsi, Carl Frey sostiene con forza che il futuro non è scritto. 

L'innovazione è una scelta della società e le sue conseguenze sociali dipendono dalle istituzioni che decidiamo di costruire. 

Il fatto che un'invenzione venga utilizzata per sostituire l'uomo o per valorizzarlo risponde a precisi incentivi fiscali, normativi e di mercato.

Per evitare che la rivoluzione digitale sfoci in un nuovo periodo di prolungata instabilità e disuguaglianza, Frey individua diverse leve fondamentali per la politica economica. 

La prima riguarda la riforma dei sistemi fiscali, che attualmente tendono a tassare il lavoro molto più severamente del capitale o dell'investimento in software, incentivando le aziende ad automatizzare anche quando non vi è un reale guadagno di produttività. 

La seconda risiede nell'istruzione e nella formazione continua, pensate non solo per insegnare nozioni tecniche destinate a diventare obsolete in pochi anni, ma per coltivare quelle abilità umane fondamentali che la tecnologia fatica a replicare, come il pensiero critico, la creatività adattiva, l'empatia e la capacità di negoziazione complessa.

Inoltre, Frey evidenzia l'importanza di sostenere la mobilità geografica ed economica dei lavoratori, aiutando le persone a riqualificarsi e a trasferirsi verso le aree dove si concentrano i nuovi lavori, oppure investendo direttamente nella rivitalizzazione economica dei territori lasciati ai margini. 

La transizione verso l'economia dell'intelligenza artificiale richiedere investimenti massicci in infrastrutture sociali ed educative, affinché i guadagni derivanti dalla straordinaria produttività dell'IA possano essere redistribuiti in modo equo e sostenibile.

Il messaggio conclusivo di Carl Frey è al tempo stesso un monito e un'esortazione alla responsabilità. 

La tecnologia possiede il potenziale straordinario di curare malattie, ridurre l'impronta ecologica e sollevare l'umanità dai compiti più alienanti e pericolosi. 

Tuttavia, la storia dimostra che lasciata a se stessa, l'automazione tende a concentrare la ricchezza e ad amplificare la disuguaglianza. 

Garantire che la rivoluzione dell'intelligenza artificiale porti a una prosperità ampiamente condivisa non è un problema tecnico che le macchine possono risolvere per noi, ma una sfida eminentemente politica ed umana che richiede visione, coraggio e istituzioni inclusive.


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Fonti e riferimenti bibliografici

  • Frey, Carl Benedikt, and Osborne, Michael A. (2017). "The future of employment: How susceptible are jobs to computerisation?". Technological Forecasting and Social Change, 114, 254-280.

  • Frey, Carl Benedikt (2019). The Technology Trap: Capital, Labor, and Power in the Age of Automation. Princeton University Press.

  • Frey, Carl Benedikt (2021). "Automating Inequality". Journal of Economic Perspectives, 35(3), 45-66.

  • Thorger, Thorsteinsson, and Frey, Carl Benedikt (2023). "Artificial Intelligence and the Future of Work: A Historical Perspective". Oxford Review of Economic Policy, 39(1), 112-128.

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