Per secoli l'essere umano ha cercato di riparare il proprio corpo.
Dalle prime protesi di legno dell'antico Egitto alle sofisticate mani robotiche del XXI secolo, ogni progresso ha rappresentato un tentativo di restituire ciò che una malattia, un incidente o il tempo avevano sottratto.
Oggi, però, qualcosa sta cambiando radicalmente.
Non stiamo più costruendo semplici strumenti meccanici da applicare al corpo umano.
Stiamo iniziando a creare dispositivi che dialogano direttamente con il cervello, interpretano i suoi segnali e rispondono quasi in tempo reale.
L'intelligenza artificiale è il vero motore di questa rivoluzione.
Nei prossimi decenni potrebbe trasformare il concetto stesso di protesi, fino al punto in cui distinguere ciò che è biologico da ciò che è artificiale diventerà sempre più difficile.
La domanda non sarà più: possiamo sostituire un arto?
La domanda diventerà:
Possiamo ricreare una parte del corpo capace di pensare insieme al cervello?
leggi: La macchina che ci supera e ci definisce
(Günther Anders)
Dove siamo arrivati oggi
Negli ultimi vent'anni la medicina ha compiuto passi che fino a poco tempo fa appartenevano esclusivamente alla fantascienza.
Le moderne protesi robotiche non sono più semplici appendici passive.
Molte sono dotate di motori elettrici, sensori di pressione, accelerometri e sistemi di controllo estremamente sofisticati.
Il paziente non deve più utilizzare soltanto movimenti residui del moncone.
In alcuni casi la protesi riceve direttamente gli impulsi provenienti dai nervi rimasti intatti.
Il risultato è sorprendente.
Una mano artificiale può aprirsi, chiudersi, afferrare oggetti delicati, regolare automaticamente la forza della presa e perfino distinguere differenti tipi di superficie.
Ma il vero salto è rappresentato dalle Brain Computer Interface (BCI).
Si tratta di interfacce cervello-computer capaci di leggere l'attività elettrica dei neuroni.
Attraverso elettrodi posizionati sul cuoio capelluto oppure impiantati direttamente nella corteccia cerebrale, il sistema acquisisce milioni di informazioni ogni secondo.
Da sole, però, queste informazioni sarebbero quasi inutilizzabili.
Entra allora in gioco l'intelligenza artificiale.
Gli algoritmi imparano a riconoscere gli schemi neuronali associati a ogni intenzione.
Pensare di chiudere la mano produce una configurazione di impulsi.
Pensare di alzare un braccio ne produce un'altra.
L'IA impara progressivamente a distinguerle, proprio come un interprete che traduce una lingua sconosciuta.
Leggi: Uomini e IA: fusione o sostituzione?
Quando il cervello parla con una macchina
La cosa sorprendente è che il cervello non invia ordini sotto forma di parole.
Invia impulsi elettrici.
Miliardi di neuroni comunicano attraverso minuscole variazioni di potenziale.
Per anni questi segnali sono stati considerati troppo complessi.
Oggi le reti neurali artificiali riescono invece a identificarne i modelli.
È un po' come ascoltare contemporaneamente milioni di persone che parlano.
Per un essere umano sarebbe impossibile capire qualcosa.
Un sistema di IA, invece, riesce progressivamente a riconoscere la voce che gli interessa.
Così la macchina comprende l'intenzione ancora prima che il movimento avvenga.
Le protesi che restituiscono il tatto
Uno dei limiti delle prime protesi era evidente.
Muovevano la mano.
Ma la mano non sentiva.
Oggi alcuni laboratori stanno sviluppando sistemi che inviano impulsi nervosi di ritorno.
Quando la mano robotica tocca una superficie, i sensori rilevano pressione, temperatura e consistenza.
L'intelligenza artificiale converte queste informazioni in segnali compatibili con il sistema nervoso.
Il cervello riceve così una sensazione artificiale.
Non è ancora identica al tatto naturale.
Ma rappresenta il primo passo verso una vera percezione.
In futuro distinguere una mano biologica da una sintetica potrebbe diventare estremamente difficile.
Gli arti che imparano
L'aspetto più affascinante non riguarda però il movimento.
Riguarda l'apprendimento.
Una protesi governata dall'intelligenza artificiale potrebbe conoscere progressivamente le abitudini del proprio utilizzatore.
Saprebbe con quale forza afferra una tazza.
Come impugna una penna.
Come sale una scala.
Come corre.
Come guida un'automobile.
Ogni movimento diventerebbe un nuovo dato.
Ogni dato migliorerebbe il modello.
Dopo mesi di utilizzo la protesi potrebbe anticipare l'intenzione dell'utilizzatore.
Non sarebbe soltanto controllata.
Collaborerebbe.
Leggi: Trasumanesimo:
oltre i limiti umani, verso il futuro delle società
Il prossimo decennio
Se osserviamo il ritmo dello sviluppo tecnologico, i prossimi dieci anni potrebbero segnare una svolta.
Le interfacce neurali diventeranno probabilmente molto meno invasive.
Gli elettrodi saranno più piccoli, flessibili e biocompatibili.
Le batterie dureranno settimane.
La trasmissione dei dati sarà completamente wireless.
L'intelligenza artificiale elaborerà le informazioni direttamente nel dispositivo, riducendo enormemente i tempi di risposta.
Le protesi potrebbero arrivare ad avere una fluidità praticamente indistinguibile da quella naturale.
Persino la manutenzione cambierà.
L'IA individuerà anomalie nei motori o nei sensori prima ancora che il paziente se ne accorga.
La protesi segnalerà autonomamente la necessità di un intervento tecnico.
Oltre gli arti
La vera rivoluzione potrebbe però riguardare organi molto più complessi.
Ricercatori di tutto il mondo stanno studiando retina artificiale, coclea elettronica, valvole cardiache intelligenti e pancreas artificiali.
L'intelligenza artificiale potrebbe coordinare il funzionamento di questi dispositivi in tempo reale.
Un pancreas artificiale, ad esempio, potrebbe prevedere l'andamento della glicemia prima ancora che aumenti.
Un cuore artificiale intelligente potrebbe adattare automaticamente il ritmo cardiaco allo stato emotivo, allo sforzo fisico e alle condizioni ambientali.
Un rene sintetico potrebbe modificare continuamente la filtrazione in funzione dei parametri del sangue.
Non sarebbe più una semplice sostituzione.
Sarebbe una collaborazione continua tra organismo e macchina.
leggi: Chi
osserva la realtà? Una riflessione filosofica sulla coscienza
E tra venti o trent'anni?
Proviamo ora a immaginare uno scenario realistico ma estremamente avanzato.
Un uomo perde un braccio in un incidente.
Dopo alcune settimane viene impiantata una protesi neurale.
Nei primi giorni il sistema osserva.
Studia i segnali cerebrali.
Impara il linguaggio personale del cervello.
Dopo pochi mesi il paziente muove il nuovo arto con naturalezza.
Sente il calore del sole sulla pelle sintetica.
Percepisce la consistenza del legno.
Regola automaticamente la forza necessaria per stringere la mano di una persona anziana oppure sollevare una valigia.
L'intelligenza artificiale continua a imparare.
Ogni notte aggiorna i propri modelli.
Ogni giorno diventa più precisa.
Dopo anni, il paziente smette completamente di percepire quella mano come artificiale.
Diventa parte della propria identità.
Il confine tra cura e potenziamento
A questo punto emergerà inevitabilmente una questione etica.
Se possiamo ricostruire un arto identico all'originale, perché fermarci lì?
Perché non renderlo più forte?
Più resistente?
Più preciso?
Una mano artificiale potrebbe avere una forza superiore.
Una memoria tattile perfetta.
Una vista collegata direttamente alla corteccia visiva.
Un udito capace di percepire frequenze oggi impercettibili.
L'essere umano inizierebbe così a superare i propri limiti biologici.
Ed è proprio qui che filosofia e medicina si incontrano.
Saremo ancora gli stessi?
Il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty sosteneva che il corpo non è semplicemente qualcosa che possediamo.
È il modo attraverso cui esistiamo nel mondo.
Ogni percezione passa attraverso il corpo.
Ogni relazione nasce dal corpo.
Se una parte crescente di esso diventasse artificiale, cambierebbe anche il nostro modo di vivere la realtà?
Probabilmente sì.
Ma forse non nel senso che immaginiamo.
Una protesi intelligente non eliminerebbe la nostra umanità.
Potrebbe invece ampliarne le possibilità.
La storia dell'uomo è sempre stata la storia di strumenti che estendono le sue capacità.
La ruota ha esteso le gambe.
Il telescopio ha esteso gli occhi.
Internet ha esteso la memoria collettiva.
L'intelligenza artificiale potrebbe estendere direttamente il corpo.
Leggi: Luciano
Floridi e l’etica dell’intelligenza artificiale: ripensare l’uomo nell’era
dell’infosfera
Il dialogo silenzioso tra cervello e IA
Forse il cambiamento più profondo non sarà tecnologico.
Sarà psicologico.
Un giorno il nostro cervello potrebbe dialogare continuamente con sistemi intelligenti senza che ce ne rendiamo conto.
Non attraverso una tastiera.
Non con uno schermo.
Nemmeno con la voce.
Semplicemente attraverso il pensiero.
La macchina comprenderà le intenzioni.
Il cervello riceverà risposte.
Il confine tra volontà biologica ed elaborazione artificiale diventerà sempre più sottile.
Non sarà una fusione tra uomo e macchina nel senso spettacolare raccontato dalla fantascienza.
Sarà piuttosto una nuova forma di collaborazione, nella quale la tecnologia non sostituirà la persona, ma ne diventerà un'estensione naturale.
Forse il futuro della medicina non consisterà nel costruire esseri umani artificiali.
Consisterà nel permettere agli esseri umani di continuare a essere se stessi, anche quando il corpo avrà bisogno dell'aiuto dell'intelligenza artificiale.
Ed è questa, probabilmente, la vera rivoluzione: non creare uomini diversi, ma restituire a milioni di persone la possibilità di vivere, muoversi, lavorare e amare con una libertà che fino a pochi anni fa sembrava impossibile.

Nessun commento:
Posta un commento